mercoledì 27 maggio 2009

Un racconto sulla paternità, di Giacomo Sartori

Mio figlio
Mio figlio ha trentatré anni, è ormai un adulto.
È stato concepito nel millenovecentosettantacinque, l’anno della fine della guerra del Vietnam, della torbida agonia di Francisco Franco, della maggiore età a diciotto anni e della parità giuridica tra i coniugi, della morte della terrorista Mara Cagol, del sangue sui marciapiedi, dell’esecuzione su uno sterro sporco di Pasolini. L’anno in cui sono uscite di produzione la Cinquecento e la Citroen DS, e in cui ha cominciato a volare il supersonico Concorde.
Non so perché tutti citano sempre la data di nascita, come se fosse l’unico punto fermo, quando invece quello che conta davvero è il concepimento, a cui fa seguito la poi rimpianta vita intrauterina.
Lui è stato concepito in un anno in cui sono successe molte cose, non tutte limpide, e certo proprio per questo è un iperattivo inquieto, una di quelle persone che manco a farlo apposta sono presenti quando succede qualcosa di raccapricciante. Lo fa anche per lavoro, ma è innanzitutto un richiamo di pelle: per avere la sensazione di esistere ha bisogno di sentirsi nei muscoli i pizzicottini dell’adrenalina. Terremoti, naufragi, tamponamenti automobilistici a catena, rapine, stragi: lui passa sempre di lì.
Io non ho mai fatto degli sport, e in sostanza odio gli sport, mentre la sua attività principale sembrano essere appunto gli sport, e in particolare quelli connessi a una qualche forma di pericolo. Si direbbe che tutto il resto, compreso il suo lavoro, che prima di essere un lavoro è pur sempre una passione per le imprese rischiose, ruoti attorno alle discipline estreme che pratica. È un asso del surf, o meglio, è uno di quegli anacoretici surfisti che si ritrovano con dei vecchi camper sulle spiagge più ventose del mondo nelle stagioni più ingrate. Meglio se infestate da pescecani. E scala, pratica lo sci d’alpinismo, si lancia col paracadute, va in bicicletta dove di solito non si va in bicicletta, fa delle traversate invernali in barca a vela, scende i torrenti più arrabbiati in kayak.
Sospetto che non abbia mai letto un libro in vita sua, intendo un libro intero, un qualsiasi buon romanzo, ma in fatto di sport pericolosi è imbattibile. Io invece preferisco i romanzi agli sport, li ho sempre preferiti, e in fondo disprezzo gli sport. E gli sport pericolosi mi mettono a disagio come quegli uomini che ogni due parole si sistemano i testicoli con la mano. Il che non facilita il nostro rapporto.
Qualche volta ripenso all’istante del suo concepimento. È rimasto impresso nella mia obliosa memoria con un nitore senza eguali: una vividezza astratta e inabitata di sogno. Io e la madre facevamo l’amore sulla moquette blu mare della sua cameretta di ex ragazzina. In casa dei suoi, perché eravamo ancora molto giovani, e lei viveva appunto a casa. Lei era seduta sopra di me, e per il fatto ch’ero appoggiato a una superficie dura il mio sesso entrava profondamente dentro di lei: era molto eccitante. Non ero sdraiato sul vello sintetico della moquette, il che avrebbe incuneato tra i nostri busti e i nostri visi uno spazio di aria indifferente, una terra di nessuno suscettibile di rendere quel godimento meno struggente: ero anch’io seduto, la mia pelle era schiacciata contro la sua. All’epoca non usavamo anticoncezionali, semplicemente io uscivo prima dell’eiaculazione. E anche quella volta sono scivolato fuori prima della scarica. Ma ho saputo subito che era successo qualcosa. Non potrei dire perché, è così e basta. Qualche settimana dopo è risultato che avevo ragione.
Spesso mi immagino quello che sta facendo mio figlio in quel preciso momento. Non so dove si trovi, e non vedo come potrei saperlo, ma mi immagino lo stesso quello che sta combinando. Me lo vedo intento a fare il suo lavoro di fotografo, o mentre scala una levigata falesia a picco sul mare, o anche a non fare niente, stravaccato sul divano. Intendiamoci, non sono vaghe fantasticherie: è come se lo avessi sotto i miei occhi. Seguo da molto vicino ogni gesto che compie, mi sembra quasi di sentire nella mia testa quello che pensa. Credo che succeda a molti genitori. Se però quello che vedo corrisponda in qualche modo a qualcosa di vero, o siano mere allucinazioni, io certo non potrei dirlo. Secondo la mia ex-fidanzata sono puri e semplici vaneggiamenti, le mie chimere di sempre.
Abbiamo due caratteri diametralmente opposti: io insicuro, lento, pavido, per non dire codardo, passivo fino all’autolesionismo, operoso per sordida e asociale perseveranza, lui cinetico e entusiasta, rapido, ardimentoso, mai saturo di percezioni fisiche e di vita. Io perennemente stanco, cefalalgico cronico, sempre un po’ malaticcio, abitudinario, chiuso, apprensivo, spesso angosciato, ciclicamente oblomoviano, lui straboccante di energie, espansivo, ottimista fino al fanatismo, estroverso, sano come un pesce, sicuro di se stesso, carismatico, impermeabile a ogni sorta di vacillamento esistenziale. Ma si sa, per esistere i figli hanno bisogno di differenziarsi dai padri, sono quasi sempre costretti a diventare il contrario. E lui è il mio opposto, esattamente come io sono l’ombra speculare di mio padre. Ragion per cui lui e mio padre per molti versi si assomigliano. Mio padre era fascista e aveva la guerra nel sangue, e se dio vuole lui non è fascista e non ha la guerra nel sangue, anche se la bazzica spesso, ma per tante cose sono identici. La grande differenza è che con l’età mio padre era diventato monomaniaco, il pericolo lo cercava solo in montagna.
Fa il fotografo. Io non sono dotato per le cose grafiche, lui sì, fin da piccolo, forse proprio a causa del blu abissale della moquette del suo concepimento. Ha cominciato con quei servizi fotografici che tediano le riviste patinate: icastici paesi poveri, allettevoli mete balneari o gastronomiche, paesaggi suppositivamente incontaminati, celebrità un po’ offuscate dall’età o dalla tramutazione dei tempi, attrici non ancora tanto note. Adesso immortala quasi solo i conflitti armati. È quel che si dice un fotografo di guerra. Non è ancora conosciuto dal grande pubblico, ma abbastanza apprezzato per essere di continuo catapultato nelle sordide scenografie dei vari conflitti ai quattro cantoni della terra, e essere pagato discretamente. Le fotografie che fa hanno tutte un qualcosa in comune, un gusto nello stesso tempo di già visto e di novità, di mistero per certi versi già svelato. Non so se sono bellissime, e se vogliano dire davvero qualcosa, ma sono intriganti. La guerra naturalmente è presente, ma senza la macabra ostentazione di prammatica. Si direbbe che tacciano qualcosa che non può essere detto, o che semplicemente non è stato ancora scandagliato. Una rivelazione forse riguardante i limiti stessi della condizione umana. Proprio come la sua tanatopeta cinestesia, come tutta la sua persona.
Sua madre, che è stata appunto la mia prima fidanzata, la incontro di rado. La vedo, o meglio la intravedo, quando passo davanti al suo ufficio. Il caso ha voluto, mettiamola così, che sia stata assunta dalla stessa istituzione per la quale lavoro saltuariamente anch’io. Nelle piccole città succedono cose così, anzi a dir la verità succedono solo cose così. E quindi ogni volta che vado a vedere se il direttore dell’ente in questione si degna di ricevermi per deplorare surrettiziamente i miei buchi nella terra, non in linea con gli accordi di programma quinquennali disciplinanti il settore provinciale della ricerca, e a suo parere intrinsecamente inutili, visionari nella peggiore accezione del termine, passo davanti al suo ufficio, che manco a farlo apposta è sempre spalancato. Spalancato come una grande bocca. Ma il più delle volte non mi fermo a parlarle, e se incrocio il suo sguardo mi limito a un cenno. Anni di intimità quasi animale, costellazioni di orgasmi e di lacrime struggenti, irripetibili silenzi all’unisono, strappi e fagocitanti rammendi, s’agglutinano ora in un ammiccamento per molti versi meccanico. Per vari anni era lei che non voleva parlarmi, adesso sono io. O meglio, se capita mi presto, ma preferisco che non succeda.
Le rare volte che ci mettiamo a discutere sul corridoio davanti al suo ufficio le parole che vengono fuori sembrano casuali, e invece sono dei concentrati di energia distruttiva: dei fulmini che squarciano un cielo sereno. Senza curarsi dei colleghi che ci sfilano accanto lei mi dice delle cose vertiginosamente intime, e io l’ascolto. Mi mette al corrente per esempio che ha un amante, ma che a differenza di un amante paradigmatico il suo amante non scopa tanto bene. Senza abbassare il tono di voce mi dice che vorrebbe lasciarlo, e non le sembra giusto far soffrire il marito, il quale l’ha sempre trattata molto bene, ma non ci riesce. Mi dice che nemmeno per i figli è bene che la si assenti per avere delle relazioni sessuali nemmeno tanto soddisfacenti con un amante.
Io l’ascolto con il terrore di doverle domandare chi sia questo benedetto amante, con il timore di domandarmelo anche solo a me stesso. Ma lei continua con i suoi resoconti abissalmente confidenziali che non hanno in fondo bisogno dei miei interventi. Ascoltandola capisco però quello che ha da dire e che non dice. Sento sullo sterno le sue urla silenti di furibonda insoddisfazione. Gli anni trascorsi hanno forse preservato alcuni bastioni del castello di spumiglia che abitavamo. Ma probabilmente anche lei percepisce che la maggior parte delle mie giornate non pervengono a conseguire un qualche senso, anche se quando parlo bado bene a restare sulle generali.
Per quanto possa sembrare strano non parliamo mai di nostro figlio. Ogni volta che lo tiro fuori lei dribbla le mie estenuate aspettative. È la nostra creatura, entrambi in maggiore o minore misura pensiamo a lui, ma appena lo nomino lei cambia discorso.
Pur di non parlare di lui mi parla per desolati e stagnanti minuti di uno dei due figli che ha avuto dalla persona con la quale si è sposata dopo che ci siamo lasciati. Uno dei due figli che se avessi un istinto paterno più sviluppato avrebbero potuto essere i nostri e invece sono i loro. Uno di quei suoi due figli rispettivamente di sesso maschile e femminile dei quali non me ne importa un fico secco. L’unico argomento che avrei urgenza di abbordare è il figlio nostro, l’essere sbocciato dalla nostra unione, e che la perpetua nel tempo, come un fossile imprigionato nel freddo di una roccia. Appena però ci riprovo lei sbuffa e alza gli occhi al cielo.
Io so perché fa così. Crede che voglia parlare di nostro figlio per farla soffrire. Per cattiveria. Per punire me stesso utilizzando la mia stessa perfidia. Come è convinta che quando ci siamo lasciati non abbia sofferto. E invece mi s’era strappata l’anima: qualcosa in me si rifiutava di abituarsi alla sua assenza. Qualcosa di lei sopravviveva dentro di me, e si rigirava, ostinatamente, impedendo la rimarginazione. Per anni quando chiamavo la nuova donna con cui stavo, poi diventata mia moglie, mi ritrovavo sulla lingua il suo nome. Quasi sempre riuscivo a correggermi in extremis, ma il nome che avevo nella bocca era il suo. Non saprei dire con esattezza per quanti anni è accaduto. Almeno una quindicina.
Per giorni e giorni, settimane, qualche volta mesi, non penso mai a mio figlio, lo riconosco. Non sono un padre modello, non ho mai sostenuto il contrario. Sono anzi il padre più egocentrico, scostante, inaffidabile, opportunista, forse anche iniquo, che si possa immaginare. Lo sono sempre stato, lo sarò sempre. Lo si è visto anche con la figlia di quella che attualmente è mia moglie, della quale non mi sono mai occupato. Penso a lui ogni tanto, quando non sono troppo preso da me stesso, quando fa comodo a me. Quando ho bisogno di lui, forse.
Tante cose di lui non le so minimamente. Non so se mette o meno lo zucchero nel caffè, se ha le unghie ben curate, se predilige i cinturini dell’orologio in pelle o in acciaio. Non ho la minima idea se la sua automobile sia blu o grigia, e che tipo di calzini indossi. Ogni volta mi dico che devo osservarlo con più attenzione e fargli delle domande, ma poi rimango nella mia ignoranza, che forse come dice mia moglie è adamantino disinteresse.
Del resto nemmeno lui è un ragazzo che pensa sempre al padre, intendiamoci. Pensa ai suoi servizi fotografici a tema elusivamente bellico, alle sue ascensioni senza cordino di assicurazione, alle sue scivolate sulle correnti gelate, ai suoi sbadati amori di adolescente attardato. Non mi pensa, non si fa vivo in alcuna maniera. Spesso mi dico che forse non si ricorda nemmeno che esisto, forse non se ne è mai ricordato. È normale che sia così, mi dico subito dopo: non siamo mai vissuti assieme, non l’ho mai accudito, ho pensato solo a me stesso e ai miei egolatrici grattacapi. Ci sarebbe quindi da stupirsi del contrario. Ho quello che mi merito. E comunque è anche lui della risma mia e di mio padre, per quanto mi critichi tanto. Probabilmente anche lui si comporterà nello stesso modo con suo figlio. Si farà anche lui i suoi porci comodi.
Da un padre come me ha avuto bisogno di difendersi, immagino. Come io ho dovuto proteggermi dal mio, che irradiava attorno a lui letali radiazioni di egoismo. Mio padre ogni tanto mi guardava, qualche volta mi parlava, ma come il sole emette i suoi raggi, pensando a se stesso. Io non ero che un elemento del paesaggio cosmico, il paesaggio che non si era scelto e nel quale era costretto a brillare. Era lui che decideva quello che andava bene e quello che non andava bene, era lui che stabiliva cosa bisogna fare e quello che non bisognava provare. È stato così fino alla fine. Perfino al suo capezzale non ero una persona umana a tutti gli effetti, ero un satellite non compiutamente individuato della costellazione familiare.
I figli servono ai genitori per capire se stessi. Guardandosi riflessi nelle loro pupille dove sfavillano scintille di amore ma anche di odio capiscono che non sono come hanno sempre creduto di essere, o che comunque possono essere visti in maniera radicalmente diversa. Il che apre pur sempre un deleterio varco. Si rendono soprattutto conto che la cosiddetta realtà è già intrinsecamente diversa da come sono abituati a pensarla, e che quindi per molti versi sono già superati. In altre parole che sono vecchi. Non occorrono le frasi, bastano gli occhi. Tramite mio figlio ho capito che ho fallito, ne ho avuto per la prima volta la cognizione cristallina, che un po’ alla volta si è trasformata in certezza pervasiva, in cancro inoperabile.
Quella che adesso è mia moglie è stata per parecchi anni molto gelosa della madre di mio figlio. Vedeva in lei un pericolo, una minaccia che le sue frasi spiraliformi non riuscivano a circoscrivere. Ancora adesso sostiene che la prima sera che ci siamo conosciuti le ho parlato per quattro ore di fila di lei, e che pensavo solo a lei. Io non mi ricordo questo dettaglio, ma non ho ragione di pensare che se lo sia inventato. E davvero in più di un’occasione mi è uscito il nome della mia prima fidanzata, quando mi rivolgevo a lei. O comunque la prima sillaba di quel nome, nitida come una coltellata. Me ne sono ogni volta vergognato, arrossendo e balbettando: temevo di averla orribilmente ferita. Ma lei non se ne è mai accorta, forse anche per la nebbiolina perenne delle due lingue diverse. Un giorno glielo ho chiesto, e lei mi ha risposto: no, mai.
La mia ex fidanzata, la madre rinnegata di mio figlio, qualche volta sul corridoio trafficato dell’ente per il quale lavoriamo entrambi mi dice che devo piantarla con questa mia pazzia del nostro supposto figlio.
Si tratta solo di un aborto!, esclama.
Quello che chiamo nostro figlio è in realtà un aborto risalente all’epoca nella quale avevamo entrambi diciassette anni! Un aborto prima della legge dell’aborto, e quindi un aborto clandestino organizzato dalle femministe. Certo una gran brutta cosa, ma pur sempre un’interruzione di gravidanza prima del terzo mese. Tutto il resto sono solo mie fantasie. Io mi abbandono a quelle fantasticherie perché non ho figli, perché non posso avere figli, immaturo e instabile come sono. Perché l’unica cosa che so fare è bighellonare con l’immaginazione.
Io la lascio dire, dicendomi che non è certo adesso che ci siamo lasciati da più di vent’anni che posso sperare di cambiarla. Va presa com’e, mi dico.
E penso a mio figlio che sarà forse solo un aborto ma è pur sempre mio figlio, il mio unico figlio.

lunedì 25 maggio 2009

I topi annusano di notte lattine

compresse nell'asfalto, muovono baffi, fiutano ruote, risalgono nei motori delle auto parcheggiate tra batterie, liquidi di freni e di raffreddamento, imbevono code nell’olio semisintetico, costeggiano marciapiedi, pronti a rifugiarsi nei tombini. Cercano cibo di giorno, impauriti dalla luce sfidano il disgusto dei passanti e tornano alle intercapedini delle cantine, ai cunicoli, alle discariche, ai magazzini dei supermercati, ai depositi di industrie dismesse, ai musei. Gli scarafaggi sono di più, più dei topi, più degli uomini, escono di notte, traboccano dalle macchine spente del caffè, camminano sulle tazzine rivoltate dei bar chiusi, sui cucchiaini pronti come soldati per le prime colazioni dell’indomani. Gli scarafaggi abbandonano il perlinato delle trattorie, lasciano le cucine dei self-service, gli interstizi d’acciaio dei forni e dei frigoriferi, escono dalle tubature dei palazzi, dagli scarichi rumorosi dei bagni, dei lavandini e delle cucine, dove marciscono litigi e avanzi di cibo.I piccioni svolazzano da un cornicione all’altro, beccano la carne sotto le ali, solleticano le zecche, che si lasciano cadere verso una nuova prolificazione.
Pietro guarda le cartine, scrive, conta, consulta gli elenchi del telefono, sottolinea gli annunci immobiliari di uffici, capannoni, laboratori.
– Non puoi lasciare il lavoro.
– Non lascio il lavoro. Lo cambio. Sono stanco.
– E io no? Io non sono stanca?
– Se vai avanti non sei stanca.

Questo è l'inizio del nuovo romanzo di Giorgio Falco, L'ubicazione del bene.

mercoledì 20 maggio 2009

Alla Fiera del Libro il lavoro non è il lavoro

Domenica mattina vado alla Fiera del Libro di Torino incontro prima un piccolo editore che mi dice c'è una crisi pazzesca c'è un calo drammatico di presenze poca gente che si ferma agli stand meno ancora che comprano poi parlo con uno dei direttori editoriali della major XY che mi dice ma no a noi risulta un aumento di presenze siamo soddisfatti ci sono segnali di ripresa,magari hanno ragione tutti e due, nel senso che la crisi anche qui mica è democratica picchia duro soprattutto sui piccoli,ecco, la crisi, questo Golem-Gollum che ci tiene costantemente per mano pare aleggiare su qualunque conversazione in Fiera senza risparmiare i convegni figurarsi quello sul tema del lavoro,tutti gli anni alla Fiera del Libro fanno il convegno sui narratori del lavoro più o meno con gli stessi ospiti, comunque vado sempre volentieri a sentire gli scrittori che parlano di quello che scrivono sul lavoro quest'anno la conferenza si intitola "Lavoro da morire" (è però piazzata in orario pericoloso, a mezzogiorno, dopo si capisce perchè) che poi è anche il titolo della recente antologia uscita con lo struzzo,intervengono Tullio Avoledo, Massimo Lolli, Michela Murgia, Laura Pariani, Antonio Pascale, Francesco Recami, coordina Andrea Bajani roteando assai le mani ad accompagnar concetti,la crisi, si diceva, pare incupire il pubblico in sala incombe anche sugli scrittori che si interrogano se il lavoro esista ancora, insomma, sembra che il lavoro non sia più il lavoro, ci pensa Avoledo a sparigliare i giochi la butta in boutade dichiara che il lavoro non esiste più è fantascienza Bajani si agita sulla sedia smista la palla sulla destra alla Pariani che coglie l'assist per dire che non è vero il lavoro esiste eccome anche se ormai quasi più nessuno ne parla del lavoro vero, quello dei contadini e degli operai, eppoi dice Laura il lavoro esiste a prescindere da chi ne scrive anche se gli scrittori non devono essere ciechi e limitarsi alla narrativa di evasione,-semmai di invasione!- tuona Bajani,che poi apre il gioco sulla sinistra a Recami il grande grandissimo Recami che acutamente nota come il lavoro quello vero sia quanto di più distante dalla letteratura perchè non fa storia è ripetitivo è il trionfo dell' animal laborans è il lavoro dello schiavo ammaestrato (si noti che l'uomo si distingue dall'animale in quanto sa ammaestrare se stesso) perchè il 95% è animal laborans e solo un 5% è homo faber cioè in grado di decidere del proprio lavoro (e tra questi c'è lo scrittore, ovvio), poi, chiosa Recami, il lavoro ha questa contraddizione che è premio solo quando non c'è mentre diventa condanna quando c'è,-ma che ne pensa Michela Murgia?- chiede il coordinatore,Michela pensa che scrivere del lavoro le serve per organizzare forme di dissenso contro la disumanizzazione del lavoro poi si scivola a parlare del suo libro sul call center e del film che ne hanno tratto e perchè il film è tanto diverso dal libro, cose così, Bajani appena può le toglie la parola per passarla a Massimo Lolli che dice che lui non racconta dei precari e degli operai lui racconta dei dirigenti, lui, poi dice delle cose che non mi piacciono e che quindi (in modo del tutto antidemocratico lo so) evito di riportare,del resto è importante e urgente riferire cosa ha detto Antonio Pascale, Antonio Pascale che parla per ultimo e di solito l'ultimo è sempre quello più in difficoltà e invece Antonio Pascale si rivela un grande ancora più grande del grande Recamiinsomma Antonio Pascale dice che per lui la letteratura non deve essere ideologica (e cita come esempio di letteratura ideologica Vogliamo Tutto di Balestrini e dice che è profondamente sbagliato descrivere gli operai come quelli che sputano nelle merendine che producono, è sbagliato, perchè l'operaio può scioperare lottare per i propri diritti ma ha sempre rispetto del frutto del proprio lavoro) e poi lui Antonio Pascale non si vergogna di essere un consumatore a lui piace studiare i meccanismi del consumo,e sugli incidenti e le morti sul lavoro Antonio Pascale dice che c'è molta spettacolarizzazione del sacrificio e della morte e si mette enfasi sull'emozione del momento mentre nessuno parla dei feriti, dei menomati, di coloro che hanno subito un trauma che li accompagnerà per tutta la vita,ecco perchè Antonio Pascale nel suo racconto parla della manutenzione di un ferito, perchè occuparsi dei feriti non appartiene alla sfera emozionale, appartiene alla sfera della passione,l'emozione è una cosa che brucia in un attimo, la passione rimane,(questa cosa detta da Antonio Pascale con la sua voce mi è parsa molto bella spero che scritta così non sembri una roba da carta dei cioccolatini) ecco perchè la letteratura serve a trasformare il trauma in dolore, a passare dall'emozione alla passione,ripeto (io, non Antonio Pascale che si fa capire senza ripetere),la letteratura serve a trasformare il trauma in dolore,la letteratura serve a trasformare il trauma in dolore,e in questo modo il dolore può essere condiviso,e per questa cosa ringrazio infinitamente Antonio Pascale, che per me vale l'intero convegno (con tutto l'ossequio per gli altri scrittori che scrivono e parlano del lavoro).Poi Bajani dice che è tardi, è ora di mangiare, si ha fame e quindi non c'è più tempo per le domande del pubblico.

sabato 16 maggio 2009

La montagna

Franco non sembra uno che caccia balle. Franco ha una ditta di disinfestazioni, derattizzazioni, pulizie industriali, cose così. Lavora anche per grossi nomi, industrialoni, potenti vari, gli disinfesta case e palazzi. Franco sembra dire il vero quando racconta che ha vinto un appalto per eliminare le zanzare dalla villa del Conte Tizio, giù in Liguria.
-E quanto ti paga per togliergli le zanzare?- gli faccio.
-Dodicimila.-
-All’anno?- chiedo, tanto per scrupolo, che già mi sembrano tanti.
-No, al mese.-
-….-

-Facciamo un intervento ogni dieci giorni, fanno quattromila euro per intervento.Sarebbe il caso di tacere, invece gli faccio una domanda idiota.
-Ma almeno funziona?
-Oh, certo, e non usiamo alcun additivo chimico, solo prodotti di origine vegetale.
Mi immagino la villa al mare del Conte Tizio, scrupolosamente disinfestata da anofeli e affini, il giardino, gli arredi e i soprarredi delicatamente cosparsi da sostanze biologiche atte a preservare l'epidermide del Conte dagli attacchi del disgustoso insetto. Magari tali composti rilasceranno nell'aria una qualche fragranza idonea a titillare le nari nobiliari. Mi chiedo se questo profumo basti a coprire l'altro odore emanato da quei dodicimila euri spesi mensilmente per scacciare le zanzare.In un romanzo di fantascienza, forse di Asimov, forse è Fondazione, si parla di un pianeta la cui atmosfera è puzzolentissima, i visitatori da altri pianeti al primo impatto quasi svengono per il cattivo odore, poi si abituano, come hanno fatto gli abitanti di quel mondo. Gli odori è qualcosa a cui ci si abitua, dopo un poco di tempo non li si sente più. Così dev'essere anche per l'odore del denaro.Pochi giorni fa alla Borsa di New York il titolo General Motors ha guadagnato in un giorno il 30% del valore, subito dopo l'annuncio di un piano massiccio di licenziamenti. Gli investitori, anzi, gli speculatori, hanno festeggiato per il guadagno improvviso, nonostante il titolo General Motors non valga più nulla, la società è virtualmente fallita, affogata in un mare di debiti. Ma l'azienda con un colpo di coda decide i licenziamenti di massa, forse si illudono che con questi mezzi il cadavere resusciti. General Motors licenzia, migliaia di persone senza lavoro, famiglie sul lastrico, il titolo sale, lo speculatore guadagna. Mentre la fila davanti all'assistenza sociale aumenta, aumenta anche la montagna di denaro su cui è seduto lo speculatore.Lo speculatore, come il Conte Tizio, non avverte più l'odore che sprigiona da quella montagna, altrimenti conoscerebbe l'effettiva sostanza di cui è composta.

mercoledì 13 maggio 2009

Piccolo dizionario francescano: piccolite

Piccolite.
Stato umorale accompagnato da comportamenti fintamente regressivi a età più precoci, unicamente finalizzato a ottenere una dose extra di coccole materne.
Segnalata con maggior frequenza nelle occasioni in cui si dovrebbe fare la nanna. Inquietante tendenza a svilupparsi nelle ore serali, in alternanza a comportamenti di catamignosi (v. alla voce catamignosi).

venerdì 1 maggio 2009

Cosa c'entra

Oggi primo maggio ci sono solo queste qualunquistissime domande.
Cosa c'entra Castellitto con la Festa del Lavoro, cosa c'entra Castellitto con i lavoratori? Cosa c'entra Castellitto che sul palco del concerto legge i brani del libro della moglie? Cosa c'entra Vasco Rossi con la Festa del Lavoro? Cosa c'entrava Bisio e lo spot di Zelig? Cosa c'entrava Amendola e i suoi cesaroni? Cosa c'entra tutta questa gente con i lavoratori?