giovedì 29 gennaio 2009

Italians-La peggio italianità


Il rumore non lo sento subito, me ne accorgo verso la metà del primo tempo.
Che sia un disturbo dell'udito? Forse un virus? Una forma di otite?
Ma no, non è possibile, ci sento benissimo, distinguo perfettamente ogni parola degli attori, ogni suono proveniente dal sistema dolby, anche i bisbigli delle due ragazze sedute alla mia sinistra.
Alla mia destra, il mio amico Alberto tace, assorto nella visione.
E' stato lui a trascinarmi a vedere questo film, Italians. Io l'ho assecondato di buon grado, Alberto attraversa un periodo difficile, ho pensato che questa pellicola gli avrebbe risollevato il morale, perlomeno per un paio d'ore.
Ora però il rumore si fa più insistito, come un disturbo di sottofondo che si ripropone con una frequenza sempre più ravvicinata.
Mi volto di nuovo verso Alberto, adesso glielo chiedo. Anzi, no, me ne sto zitto.
Sul volto ha abbozzato un sorriso, mi spiacerebbe interrompere questo suo momento- sia pur fugace- di serenità.
Giro lo sguardo sulla sala, per raccogliere qualche traccia di perplessità, di fastidio, cerco di capire se altri si siano accorti del rumore. Eppure niente. Tutti impassibili.
Le due tipe alla mia sinistra continuano a discutere sull'angolo della mascella di Scamarcio, nella poltrona davanti una signora si gira verso il compagno sollevando rapidamente il capo, come a chiedere ma che mi hai portato a vedere?
Nella fila dietro di me qualcuno prorompe in uno sbuffo, seguito dal commento ebbasta con 'sta pubblicità nei film!In effetti sarà la quinta volta che presentano il marchio IVECO, a caratteri cubitali, sul fronte di un camion che attraversa un deserto, dopo aver inquadrato più volte telefonini con il marchio VODAFONE, nonché portatili ACER, per non parlare della FERRARI, che poi quella mica ha bisogno di pubblicità.
Sul resto del pubblico volteggia qualche gelida risata, certi aha aha trattenuti che potrebbero significare, vabbeh, il film è appena all'inizio, diamogli tempo di scaldarsi, che presto iniziamo a ridere sul serio.
Io però ho un bisogno disperato di condividere con qualcuno il ronzio che mi perfora i timpani: non è possibile che nessuno in sala se ne sia accorto?Che sia una congiura? Che siano tutti d'accordo per farmi uno scherzo?
Certo che non sono paranoico, però sfido chiunque capiti in una situazione come questa a non pensare, anche solo per un istante, a una colossale burla architettata ai propri danni.Poi mi ricordo di avere una risorsa a disposizione, qualcuno che può aiutarmi a fare chiarezza.
Isidoro, ma certo.
Mi alzo di scatto dalla poltrona, chiedo scusa ad Alberto, che non si scompone più che tanto, ritraendo solo le gambe per darmi lo spazio di passare.Guadagno il corridoio laterale, risalgo a due a due i gradini fino a raggiungere l'uscita della sala.
Appena fuori, nello spazio comune alle altre sale, trovo Isidoro aggrappato al bancone della vendita di popcorn, intento a sporgere l'occhiale verso il busto della ragazza dietro la cassa.
Lui è tale e quale a quando aveva 15 anni, più o meno nell'epoca in cui raggiunse il metro e sessanta di altezza, per poi svilupparsi solo più in direzione parallela alla terra.
Girava spesso nella mia compagnia di vespisti di seconda mano, non si schiodava mai dalla sella del Px, che in quella posizione si figurava più o meno tutti alti uguali.
In questo momento del bisogno, sono pelosamente contento di aver mantenuto un'amicizia di facciata con il capomaschere del nostro multisala, o perlomeno di non averlo perso di vista. Del resto in una cittadina di provincia chi non fugge mica riesce a perdersi di vista.
Ciao Isi, gli faccio, senti, ho un problema con il sonoro del film Italians.
Lui aggrotta la fronte e gonfia il neo che campeggia su quella ruga corruscata.Mi guarda con un'espressione preoccupata dietro le lenti spesse quanto il neo.Poi mi fa ho capito, questa volta è successo a te, finora con Italians abbiamo avuto solo un altro caso come il tuo, e l'abbiamo convinto a rientrare in sala.
Mi lancia ancora uno sguardo obliquo, mi prende per il gomito e mi accompagna verso lo stanzino delle proiezioni dicendomi bon, visto che siamo amici e che sei una persona fidata, ti chiarisco il mistero.
Entrati nella camera delle proiezioni, Isi chiama il tecnico e gli fa senti, c'è questo mio amico che si è accorto di quell'interferenza nel sonoro di Italians.Il tecnico suda come un porco, mentre alza l'ascella per allungarmi una cuffia mi arriva una zaffata nauseabonda, e comunque lo capisco, che in questo bugigattolo si crepa dal caldo.Il tempo di sistemarmi le cuffie in testa e sono immerso nell'audio del film.
Adesso i rumori di sottofondo, che prima in sala mi arrivavano frammisti alle voci degli attori, sono chiaramente più udibili.
C'è un pianto a dirotto, come quello di un neonato disperato, quando a forza di urlare gli manca il fiato e fa una pausa silenziosa, prima di squarciare l'aere con un nuovo urlo.Poi arriva un altro singhiozzo, che si avverte a tratti, più composto, e anche roco, come fosse quello di un fumatore accanito. Tra questi suoni ogni tanto si interpone uno squittio, come di ghigno di topo maligno, che in breve scompare, sommerso da un nuovo pianto in forma di ululato di lupo mannaro, prolungato all'infinito.
Mi levo le cuffie, poi le rimetto, per accertarmi che i pianti non siano frutto della mia fantasia, poi me le sfilo definitivamente e rivolgo uno sguardo interrogativo verso gli altri due presenti nello stanzino.
Spiegaglielo tu, che sei il tecnico, dice Isi.
Il plurisudato emette un sospiro umido e se ne esce con un ma non l'hai ancora capito?Possibile che non distingui le voci?Quello lì che sembra piangere mentre fuma non ti ricorda qualcuno?Remo Girone, che fa il cameo a inizio film? provo io.
Bravo, proprio lui.
E quell'altro che piange come un bambino? Eh? Allora?
Ma sarà Castellitto, la butto lì.
Ebbravo il nostro orecchietto fine!
Però quello che pare un lupo scorticato non so proprio chi sia.Ah, è il regista, Veronesi, ulula per tutta la durata del film.
E lo squittio? domando.
E' di Scamarcio, è l'unica fonte sonora equiparabile a una risata.
Occhei, gli faccio, chiarito di chi sono i pianti, mi volete spiegare l'origine del fenomeno?
Oh ma è semplice, mi risponde alzando purtroppo le braccia, nulla di strano, è un fenomeno che ogni tanto capita con i film che vengono interamente ridoppiati. In certi casi, come questo, rimangono le tracce sonore di cosa fanno gli altri attori e lavoranti, mentre uno si sta doppiando.Normalmente, durante le proiezioni in sala, queste tracce non si avvertono. Ogni tanto però qualcuno, come nel tuo caso, se ne accorge, e non chiedermi il perchè, si vede che avete l'orecchio sensibile per certe frequenze.
D’accordo, dico io, accetto la spiegazione, ma mi volete dire perché piangono tutti?
E’ una di quelle occasioni in cui fai una domanda e subito ti accorgi di conoscere già benissimo la risposta.
No, no, ragazzi, ho capito, dico un attimo dopo, per giustificarmi di fronte ai loro sorrisetti beffardi.
E vorrei vedere te, come ti sentiresti, dopo aver fatto una cagata del genere, precisa Isi.
I soldi, i soldi, i soldi, si limita a ripetere il tecnico, conta solo più la grana,e pensa che io me li devo sorbire tutti, con quest'ultimo però abbiamo proprio toccato il fondo, siamo alla peggio italianità.
Bene, a questo punto ne ho avuto abbastanza, anche perchè l'aria nello stanzino si è fatta irrespirabile.
Saluto Isi con una pacca sulla spalla e un grazie per avermi svelato il mistero, lui mi risponde sì ma statti zitto eh, mentre sto già trottando verso la porta della sala.
Scivolo dentro, nel buio, giusto in tempo per il finale del primo episodio.
Siamo su una nave della COSTA CROCIERE, difficile non capirlo visto che l'inquadratura si compiace di fissarsi sul logo della Compagnia.Lo squittio di sottofondo si fa sempre più intenso, Scamarcio deve godere come un riccio, contento di stare sulla nave COSTA MAGICA, e copre anche il pianto di Castellitto.
Passo di nuovo davanti ad Alberto, lui risposta le gambe, io gli rifaccio scusami.
Sto per parlargli, per raccontare cosa mi è successo, ma lui continua ad aver stampato in faccia un sorriso composto. Mi pare brutto rovinargli questo momento.Intanto inizia il secondo episodio, quello con Verdone.
Da subito distinguo un borbottio, come di caffettiera che erutta singhiozzi, e non fatico ad immaginare di chi si tratta.Magari Verdone, rivedendosi in questa pellicola, ha pensato a quando era giovane, a quando recitava al fianco di Sordi, sia pure come sottospalla, ha pensato a quante promesse c’erano all’epoca, e poi ha pensato a tutta la discesa nel baratro compiuta con gli ultimi film, fino a quest’ultimo.Sì, deve aver pensato anche a questo, prima di abbandonarsi a un lungo, inconsolato pianto.
Provo a concentrarmi sullo schermo, dove scorrono altre immagini di ACER computers, giacconi BELSTAFF, modem VODAFONE, inframezzate alle scene dell'episodio dove Verdone, per l'ennesima volta, interpreta la parte del professionista agiato ma depresso, con la personalità di un totano, di cui magicamente si innamora una ragazza di trent'anni più giovane, questa volta russa.
Ma ecco che in sala c'è una novità.
C'è subbuglio due file avanti, dove si è piazzato un gruppo di ragazzotti occupando tutta la fila. E' una di quelle compagnie maschi da una parte e femmine dall'altra. Si alzano tutti insieme, vanno in soccorso di due ragazze che stanno singhiozzando, cercano di consolarle, ma quelle sembrano contagiare il resto della banda a tutti scoppiano in lacrime.Più in là due fidanzatini si abbracciano prorompendo in un pianto a dirotto.Un ragazzo con un grosso secchiello di pop corn si piega in due vomitandoci dentro.Il trambusto cresce, dietro di noi sento uno scalpiccio, mi volto e vedo che intere file si stanno spopolando, tutti corrono verso l'uscita in preda a una crisi di pianto.Accanto a noi scorrono ragazzi e ragazze, affranti, molti cingendosi per i fianchi, colti dalla più nera disperazione.Che abbiano avvertito anche loro il pianto disperato di Verdone? Chi lo sa.
Nell'arco di cinque minuti la sala si è svuotata.
Siamo rimasti solo io e Alberto.
Che facciamo, resistiamo fino alla fine? gli chiedo.
Oh, sì, certo, mi risponde.
Ma è da tanto che ti sei accorto di quel rumore?
Si volta sorridendo e mi fa: dall'inizio del film.Intanto siamo alla scena finale, dove il nostro protagonista, indossando il suo bravo giaccone BELSTAFF da mille euro (il marchio bene in evidenza), spiega com'è fatta l'Italia a un gruppo di orfanelli russi, vestiti miseramente, ma in riverente ascolto dello straniero buono.Vedete, dichiara, l'Italia è come se fosse divisa in tre, al nord ci stanno quelli che dicono cassoula, al centro ci stanno quelli che dicono oca ola, e al sud ci stanno quelli che dicono trigghie. Capito ragazzi?
Metabolizzo un attimo l'illuminante spiegazione che sancisce la nuova Italia federalista, poi mi volto verso Alberto.
E scoppiamo in una lunga, incontenibile, salvifica risata.

mercoledì 21 gennaio 2009

A volte basta mancare un giorno,

e quando torni a casa ti pare di trovare un altro bambino, perchè

I bambini non hanno un modo lineare di crescere. Vanno avanti a scatti, in un modo che non riesci a prevedere. Stai via per un mese o due, e quando torni sono delle persone diverse, con attitudini e modi di fare completamente diversi da quelli che conoscevi. Di colpo non sai più da che parte prenderli. Vedono cose che prima non gli interessavano affatto, hanno perso interesse in quello che prima li appassionava.

(Andrea De Carlo, Tecniche di seduzione)

domenica 18 gennaio 2009

Dal piccolo dizionario francescano: CATAMIGNOSI

Non è che uno non ne vuol scrivere, di ciò che è ti è più caro, è che a volte proprio per questa ragione non ti va di scriverne.
Però un piccolo dizionario francescano, a proposito del nostro Baffy (verrà spiegato anche questo termine), si può fare.
Il primo termine non può che essere questo:

CATAMIGNOSI
Catamignosi, termine derivante dal greco antico, dal composto delle parole katà (indietro) e mugnosis (cattiveria), mutuato poi nella lingua siciliana, a seguito degli influssi della Magna Grecia.
Il termine è comunemente utilizzato per indicare vari stati nevrotici di neonati e infanti, nel caso di Baffy riconducibili a tre essenziali stati di crisi
1. Crisi pomeridiana da mancato sonno. Atteggiamento di catamignosi insistito non tanto nel tono del lamento, che rimane basso, quanto nella ripetizione all’infinito.
Rimedio: la tetta di mammasantasubito o la presenza di qualunque altra persona che lo distragga definitivamente.
2. Crisi serale da sospetto che è ora di fare la nanna. Qui il tono sale decisamente, fino al parossismo.
Rimedio: la tetta di mammasantasubito, passeggiata in braccio a baaabà, la tetta di mammasantasubito la tetta di mammasantasubito la tetta di mammasantasubito
3. Qualunque crisi da fame. In tal caso parte con un lamento appena accennato, poi improvisa si scatena la tempesta di urla.
Rimedio: la tetta di mammasantasubito manco per idea, ci vuole la pappa, nient’altro che pappa.
Quarta ipotesi, da pre-uscita. Unica differenza, non serve la tetta ma la finestra spalancata o un generatore di aria polare. Il freddo sopisce ogni velleità di Baffy. Poi come si sta per varcare il portone del palazzo, è già coma profondo.
Ultima ipotesi: qualunque stato di malattia vera, che, non essendo ancora giunto a sei mesi, quando arriverà sarà certamente da catastrofe biblica.

venerdì 16 gennaio 2009

Eclipse - un racconto di Mario Favini


The dark side of the moon è stato un disco consumato in cameretta nella mia preadolescenza tipicamente nerd. Mi fa molto piacere pubblicare questo racconto di Mario Favini che si ispira a uno dei pezzi dei Pink Floyd che più ho amato.


and everything under the sun is in tune,
but the sun is eclipsed by the moon.
Pink Floyd, Eclipse.(The dark side of the moon, 1973)


Quando apro gli occhi la luce del sole appena sorto m’abbaglia, per un attimo.
Entra dalla finestra a fianco del letto e si staglia sulle lenzuola, riflettendone il candore.
Illumina il volto ed i capelli di Hannah, mia moglie: dorme ancora, sorridendo cullata da chissà quali sogni.
Mi alzo, senza far rumore.
Devo andare al lavoro, ed è già tardi.
Devo andare al lavoro ma, come ogni mattina, osservo per un attimo il viso di Hannah e le quattro mura della nostra casetta: una stanza soltanto, una vecchia cassettiera, una stufa, un pagliericcio e un letto per i bambini.
I bambini, ecco. Guardo anche loro, per qualche istante, li guardo per farmi forza, per non pensare a quello che mi aspetta.
Mentre mi faccio la barba ripenso al ballo di ieri sera, per la nomina del generale Ziegler. Penso ad Hannah, ed al suo abito azzurro. Glielo avevo regalato prima dell’inizio della guerra ed era un vestito speciale, per le grandi occasioni.
C’eravamo conosciuti alla sagra di Gardelgen, io ed Hannah. Si festeggiava il raccolto e lei pareva quasi una bambina, mentre danzava leggera, coi capelli raccolti ed ornati di fiori di campo.
M’ero appena arruolato: per servire la nostra Patria, il nostro Popolo, la nostra grande Nazione. Mettevo in mostra la mia divisa nuova di pacca, col piccolo stemma dell’aquila ancora lucente. Avevamo ballato per tutta la sera, io ed Hannah, e pochi giorni dopo avevo chiesto la sua mano.
C’eravamo sposati la primavera successiva, in una piccola chiesa di sasso appena fuori Helmsted, una cappella sulle rive di un ruscello, lcon e acque gonfie del disgelo.
Pochi mesi dopo ero divenuto sergente, e m’avevano persino affidato un sidecar BMW, vecchio e traballante. Tutte le domeniche vi montavamo per la consueta gita fuori città. Dapprima eravamo solo io ed Hannah, poi anche i bambini, felici di partecipare alla scampagnata, di poter correre nei prati e catturare le farfalle.
Mentre ripenso a tutto questo per un attimo dimentico quel che mi attende, per un attimo mi sembra di poter intravedere una scintilla di pace, quasi di armonia.
È molto tardi, ormai, e devo andare.
Indosso in fretta l’uniforme logora, senza staccare gli occhi dal viso di mia moglie, imperlato dal chiarore dell’alba.
All’improvviso tutto si fa scuro, quasi buio: l’oscurità sommerge Hannah, la nostra stanza, i bambini.
Il sole sembra scomparso, come eclissato, ma quando m’avvicino alla finestra vedo che non è la luna ad oscurarlo: a celarlo è una grande nube nera, di fumo denso, che s’alza dalle ciminiere del campo.
È davvero tardi.
M’infilo gli stivali ed esco accostando la porta dolcemente, per non far rumore.
Vado al lavoro.
Vado anche oggi, come ogni giorno, a trasportare cadaveri di ebrei e dissidenti, polacchi e omosessuali fino ai forni crematori.
(Mario Favini)

domenica 11 gennaio 2009

Ricordando il grande Faber


Dopo la pausa di fine anno il blog torna ad animarsi con il ricordo di un Grande.

Ricorre il decennale della morte di Fabrizio De André: cantautore e anche poeta italiano.

Mi permetto di scrivere la parola “poeta” in grassetto. Lo stesso De André dichiarò (nell’ambito del programma televisivo “La storia siamo noi”) quanto segue: “Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest’età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d’arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, là dove manca l’esuberanza creativa“.

Eppure Fabrizio De André - oltre a essere stato un grande cantautore - è stato anche un grande poeta.

E in questi tempi di guerre infinite, come non ricordare il testo della Guerra di Piero


Dormi sepolto in un campo di grano, non e’ la rosa, non e’ il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.
“Lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati, non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente”.
Così dicevi ed era d’Inverno e come gli altri, verso l’inferno te ne vai triste come chi deve ed il vento ti sputa in faccia la neve.
Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso, dei morti in battaglia ti porti la voce, chi diede la vita ebbe in cambio una croce.
Ma tu non lo udisti ed il tempo passava con le stagioni a passo di “java” ed arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di Primavera.
E mentre marciavi con l’anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.
Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue cadere in terra a coprire il suo sangue.
“E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire, ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi d’un uomo che muore”.
E mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede, ha paura ed imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra, senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato.
Cadesti a terra, senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno.
“Ninetta mia, crepare di Maggio ci vuole tanto, troppo coraggio.Ninetta bella diritto all’Inferno avrei preferito andarci in Inverno”.
E mentre il grano ti stava a sentire dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole.
Dormi sepolto in un campo di grano, non e’ la rosa, non e’ il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.