
giovedì 29 gennaio 2009
Italians-La peggio italianità

mercoledì 21 gennaio 2009
A volte basta mancare un giorno,
I bambini non hanno un modo lineare di crescere. Vanno avanti a scatti, in un modo che non riesci a prevedere. Stai via per un mese o due, e quando torni sono delle persone diverse, con attitudini e modi di fare completamente diversi da quelli che conoscevi. Di colpo non sai più da che parte prenderli. Vedono cose che prima non gli interessavano affatto, hanno perso interesse in quello che prima li appassionava.
(Andrea De Carlo, Tecniche di seduzione)
domenica 18 gennaio 2009
Dal piccolo dizionario francescano: CATAMIGNOSI
Però un piccolo dizionario francescano, a proposito del nostro Baffy (verrà spiegato anche questo termine), si può fare.
Il primo termine non può che essere questo:
CATAMIGNOSI
Catamignosi, termine derivante dal greco antico, dal composto delle parole katà (indietro) e mugnosis (cattiveria), mutuato poi nella lingua siciliana, a seguito degli influssi della Magna Grecia.
Il termine è comunemente utilizzato per indicare vari stati nevrotici di neonati e infanti, nel caso di Baffy riconducibili a tre essenziali stati di crisi
1. Crisi pomeridiana da mancato sonno. Atteggiamento di catamignosi insistito non tanto nel tono del lamento, che rimane basso, quanto nella ripetizione all’infinito.
Rimedio: la tetta di mammasantasubito o la presenza di qualunque altra persona che lo distragga definitivamente.
2. Crisi serale da sospetto che è ora di fare la nanna. Qui il tono sale decisamente, fino al parossismo.
Rimedio: la tetta di mammasantasubito, passeggiata in braccio a baaabà, la tetta di mammasantasubito la tetta di mammasantasubito la tetta di mammasantasubito
3. Qualunque crisi da fame. In tal caso parte con un lamento appena accennato, poi improvisa si scatena la tempesta di urla.
Rimedio: la tetta di mammasantasubito manco per idea, ci vuole la pappa, nient’altro che pappa.
Quarta ipotesi, da pre-uscita. Unica differenza, non serve la tetta ma la finestra spalancata o un generatore di aria polare. Il freddo sopisce ogni velleità di Baffy. Poi come si sta per varcare il portone del palazzo, è già coma profondo.
Ultima ipotesi: qualunque stato di malattia vera, che, non essendo ancora giunto a sei mesi, quando arriverà sarà certamente da catastrofe biblica.
venerdì 16 gennaio 2009
Eclipse - un racconto di Mario Favini

but the sun is eclipsed by the moon.
Pink Floyd, Eclipse.(The dark side of the moon, 1973)
Entra dalla finestra a fianco del letto e si staglia sulle lenzuola, riflettendone il candore.
Illumina il volto ed i capelli di Hannah, mia moglie: dorme ancora, sorridendo cullata da chissà quali sogni.
Mi alzo, senza far rumore.
Devo andare al lavoro, ed è già tardi.
Devo andare al lavoro ma, come ogni mattina, osservo per un attimo il viso di Hannah e le quattro mura della nostra casetta: una stanza soltanto, una vecchia cassettiera, una stufa, un pagliericcio e un letto per i bambini.
I bambini, ecco. Guardo anche loro, per qualche istante, li guardo per farmi forza, per non pensare a quello che mi aspetta.
Mentre mi faccio la barba ripenso al ballo di ieri sera, per la nomina del generale Ziegler. Penso ad Hannah, ed al suo abito azzurro. Glielo avevo regalato prima dell’inizio della guerra ed era un vestito speciale, per le grandi occasioni.
C’eravamo conosciuti alla sagra di Gardelgen, io ed Hannah. Si festeggiava il raccolto e lei pareva quasi una bambina, mentre danzava leggera, coi capelli raccolti ed ornati di fiori di campo.
M’ero appena arruolato: per servire la nostra Patria, il nostro Popolo, la nostra grande Nazione. Mettevo in mostra la mia divisa nuova di pacca, col piccolo stemma dell’aquila ancora lucente. Avevamo ballato per tutta la sera, io ed Hannah, e pochi giorni dopo avevo chiesto la sua mano.
C’eravamo sposati la primavera successiva, in una piccola chiesa di sasso appena fuori Helmsted, una cappella sulle rive di un ruscello, lcon e acque gonfie del disgelo.
Pochi mesi dopo ero divenuto sergente, e m’avevano persino affidato un sidecar BMW, vecchio e traballante. Tutte le domeniche vi montavamo per la consueta gita fuori città. Dapprima eravamo solo io ed Hannah, poi anche i bambini, felici di partecipare alla scampagnata, di poter correre nei prati e catturare le farfalle.
Mentre ripenso a tutto questo per un attimo dimentico quel che mi attende, per un attimo mi sembra di poter intravedere una scintilla di pace, quasi di armonia.
È molto tardi, ormai, e devo andare.
Indosso in fretta l’uniforme logora, senza staccare gli occhi dal viso di mia moglie, imperlato dal chiarore dell’alba.
All’improvviso tutto si fa scuro, quasi buio: l’oscurità sommerge Hannah, la nostra stanza, i bambini.
Il sole sembra scomparso, come eclissato, ma quando m’avvicino alla finestra vedo che non è la luna ad oscurarlo: a celarlo è una grande nube nera, di fumo denso, che s’alza dalle ciminiere del campo.
È davvero tardi.
M’infilo gli stivali ed esco accostando la porta dolcemente, per non far rumore.
Vado al lavoro.
Vado anche oggi, come ogni giorno, a trasportare cadaveri di ebrei e dissidenti, polacchi e omosessuali fino ai forni crematori.
(Mario Favini)
domenica 11 gennaio 2009
Ricordando il grande Faber

“Lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati, non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente”.
Così dicevi ed era d’Inverno e come gli altri, verso l’inferno te ne vai triste come chi deve ed il vento ti sputa in faccia la neve.
Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po’ addosso, dei morti in battaglia ti porti la voce, chi diede la vita ebbe in cambio una croce.
Ma tu non lo udisti ed il tempo passava con le stagioni a passo di “java” ed arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di Primavera.
E mentre marciavi con l’anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.
Sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora, fino a che tu non lo vedrai esangue cadere in terra a coprire il suo sangue.
“E se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire, ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi d’un uomo che muore”.
E mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede, ha paura ed imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra, senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato.
Cadesti a terra, senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno.
“Ninetta mia, crepare di Maggio ci vuole tanto, troppo coraggio.Ninetta bella diritto all’Inferno avrei preferito andarci in Inverno”.
E mentre il grano ti stava a sentire dentro le mani stringevi il fucile, dentro la bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole.
Dormi sepolto in un campo di grano, non e’ la rosa, non e’ il tulipano che ti fan veglia dall’ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.
