giovedì 26 giugno 2008

La prima notte, di Raul Montanari


Le uscite del nostro orticello letterario quest’anno sembrano essere dominate da due soli protagonisti: new epic o donne.
Da questa dicotomia avanza poco, così non mi stupisco se anche un autore come Raul Montanari si sia allineato, scegliendo per il suo nuovo romanzo il topos “donna”, centrando il libro su una figura femminile, Irene, che domina tutta la vicenda ed è la principale voce narrante.
Irene è il perno intorno a cui girano le vicende di due uomini, Remo e Gavril, vincolati tra loro da un segreto che affonda nel passato, legandoli indissolubilmente. All’età di quindici anni furono coinvolti in fatto di sangue: Gavril, dopo esser stato aggredito dal padre di Remo, lo uccise incidentalmente, sotto gli occhi dell’amico che aveva cercati di difenderlo contro l’aggressione del padre. E’ un episodio che trasformerà il loro rapporto in qualcosa di gemellare, legandoli con una sorta di patto di reciproca assistenza.
Da qui in poi entra in gioco Irene, che narra le sue esperienze giovanili, finchè conosce Remo alla sua festa di laurea, se ne innamora e lo sposa. Tutto bene? Manco per idea, presto sorgono i primi problemi e poi ricompare anche Gavril.
Ancora una pagina irrisolta del passato spinge un terzo uomo a interessarsi morbosamente a Irene, entrando in conflitto con i primi due. Naturalmente tra i tre contendenti vince (in apparenza) il quarto, ovvero l’interlocutore di Irene, che si presta ad ascoltarla nella loro prima notte insieme.
Raul Montanari con questo romanzo pare essersi sottoposto a una duplice sfida. Da un lato costruire l’intera narrazione in forma di semplice dialogo fra Irene e l’uomo che trascore con lei la notte. Dall’altro lato calarsi nei panni di un personaggio femminile, entrare nella psiche di una donna con le sue molteplici? infinite? sfaccettature.
Se nella prima operazione vince facilmente la sua battaglia, utilizzando in modo magistrale l’alternanza di toni e omettendo perfino le virgolette delle battute, il secondo bersaglio appare di più arduo raggiungimento.
Una cara amica tempo fa mi disse: a volte vorrei scrivere come un uomo. Non ricordo cosa le risposi, ma penso che non ci sia un modo di scrivere maschile o femminile, conta semmai la capacità di tradurre la propria esperienza in un linguaggio credibile e condivisibile sia dall’emisfero maschile che dall’altra metà del cielo.
A volte, l’obiettivo che uno scrittore si pone con un libro tende a travalicare la voce del(la) protagonista. Spesso, nella volontà di far girar tutto e tutti in direzione dell’assunto che si vuol dimostrare, si corre il rischio di far perdere spontaneità ai propri personaggi.
Non so se questo accada ne La prima notte, però, a mio parere, il personaggio di Irene parla con un timbro più incline al mostrare, al far vedere, che all’autoanalisi e alla resezione di ogni millimetro delle proprie emozioni, tipico di molte voci narranti al femminile. Questo non significa negare che ci siano donne che ragionano secondo schemi un tempo attribuiti ai maschietti, ma è un dato di fatto che, almeno nella nostra narrativa, tenda ancora a prevalere questa impostazione.
Prendiamo ad esempio un paio di recenti uscite, di due scrittrici di casa nostra. Chiara Gamberale nel suo romanzo La zona cieca (Bompiani) così descrive la crisi d’identità della sua protagonista.

”Gli uomini. Ne individuavo uno il più difficile da conquistare, lo avvicinavo, entravo nella sua vita, ne condizionavo almeno un paio di abitudini per accertarmi di essere passata di là e poi scomparivo. Quelli che incontravo in qualche modo avrebbero potuto capire che l’intimità e la completa accondiscendenza che gli riservavo non aveva niente di personale nei loro confronti. E’ che non sapevo vivere, e speravo di riuscirci rispondendo ai desideri di chi sapeva farlo, di chi amava leggere o ascoltare il jazz o andare in barca a vela, di chi preferiva qualcosa a qualcos’altro…”

Caterina Bonvicini, con il suo libro L’equilibrio degli squali (Garzanti), così fa descrivere dalla sua protagonista un rapporto ormai incrinato:

”Nel frattempo era tornato Arturo. Incrinatura dopo incrinatura non sapevamo più cosa dirci. Eravamo lì, nell’ingresso, uno di fronte all’altro, a toccarci la faccia. C’erano dei rancori e ci scappava qualche morso. C’erano cose non dette o dette troppo, e ci infilavamo la lingua in gola. C’erano cose senza nome, mai capite e mai definite, e le schiacciavamo in mezzo a noi con la pancia. Dopo per un po’ riuscivamo perfino a sentirci sereni.”

L’approccio di Raul Montanari a questa materia mi pare più misurato, evitando di esporre direttamente quello che si agita nell’animo della sua protagonista. Preferisce farlo comprendere al lettore con i dialoghi tra lei e il suo nuovo amante, e indirettamente tramite l’esposizione delle sue vicissitudini, anche allo scopo di lasciare quel margine di non detto ma sospettato che agevola, tra l’altro, lo scivolamento verso la sorpresa finale.
L’autore, considerato uno dei maestri del noi italiano, non rinuncia neppure qui alla suspence, ma è come se la traslasse sul fondo dell’anima della sua protagonista, è come se invitasse il lettore a scoprire chi sia veramente questa donna, che appare sì leggera e sorridente nel raccontare le sue vicende, anche le più drammatiche, ma sembra pure sfidare il suo interlocutore, e noi con lui, a capire se veramente sia stato sollevato l’ultimo velo sulla verità.
A volte, poi, riserva magistrali pennellate agli elementi di contorno alla storia, come nella raffigurazione degli studi televisivi dove si sono conosciuti Irene e il suo amante. E rappresenta in modo sapido il campionario di presenzianti a certi salotti catodici.
Ecco, ad esempio, come descrive lo scrittore tipo, comparsante in tivù:
“Hai presente come fanno i bruchi, no? Sono brutti, anzi orridi, mollicci e ripugnanti; però poi si trasformano in magiche creature alate. Agli scrittori succede spesso un fenomeno curioso. I loro libri sono belli, talvolta bellissimi, pieni di spirito, di conoscenza della vita, di arte. Loro invece, a conoscerli, sono repellenti, gonfi di supponenza quanto i bruchi sono gonfi di quel liquame che se li spiaccichi sotto il piede schizza tutto fuori lasciandone solo la pelle. Per questo li chiamo Bruchi Permanenti: sono bruchi che rimangono bruchi, non si trasformano mai, benché da loro si stacchino le farfalle meravigliose che sono i loro libri. E’ rarissimo che uno scrittore sia, di persona, all’altezza delle sue pagine.”
In sostanza, mi pare che si confermino qui le capacità dell’autore nel creare una corrente di tensione sotterranea, alzando progressivamente la posta in gioco, giocando solo sul racconto della protagonista, miscelando i momenti di tensione con quelli di distensione. Così l’azione, pur rimanendo fisicamente ancorata alla camera dei due amanti, si dilata in una serie di storie choccanti che si sovrappongono, fino a confluire in un finale ad alta tensione. E meno male che Raul Montanari non è stato troppo di parola nel promettere il superamento del genere giallo.


Raul Montanari, La prima notte, Baldini Castoldi Dalai editore, 16.80 euro.

mercoledì 18 giugno 2008

Addio al Sergente nella neve


Lo scrittore Mario Rigoni Stern è morto ad Asiago, all'età di 86 anni. Malato da tempo, Rigoni Stern è mancato lunedì sera.
Nato ad Asiago in provincia di Vicenza nel 1921 da Giovanni Battista e Annetta Vescovi, terzo di sette fratelli, e una sorella, trascorre l'infanzia tra i pastori e la gente di montagna dell'Altopiano di Asiago. La famiglia numerosa commercia con la pianura in prodotti delle malghe alpine, pezze di lino, lana e manufatti in legno della comunità dell'Altipiano. Studia fino alla terza avviamento al lavoro, poi lavora presso la bottega di famiglia.
Nel 1938 si arruola volontario alla scuola militare d'alpinismo di Aosta e, più tardi, combatte come alpino nella divisione Tridentina, nel battaglione Vestone, al confine con la Francia al tempo dell' entrata in guerra dell' Italia, quindi Albania, Grecia, Russia. Fatto prigioniero dai tedeschi allorché l'Italia firma l'armistizio di Cassibile (8 settembre 1943), è trasferito in Prussia orientale. Rientra a casa a piedi dopo due anni di lager, il 5 maggio 1945.
Esordisce come scrittore nel 1953, con il libro autobiografico Il sergente nella neve, in cui racconta la sua esperienza di sergente degli Alpini nella disastrosa ritirata di Russia durante la seconda guerra mondiale. Con quest'opera egli si colloca all'interno della corrente narrativa neorealista. Il libro viene pubblicato su indicazione di Elio Vittorini conosciuto da Rigoni Stern nel 1951. Ha condiviso immagini, storie e ricordi con Primo Levi e Nuto Revelli.
Sul finire degli anni sessanta scrive il soggetto e collabora alla sceneggiatura de I recuperanti, film girato da Ermanno Olmi sulle vicende delle genti di Asiago all'indomani della Grande guerra.
Successivamente pubblica altri romanzi nella sua terra natale e ispirati a grande rispetto e amore per la natura. Sono inoltre ben sottolineati nelle sue storie quei valori ritenuti importanti della vita. Sono questi i temi di Il bosco degli urogalli (1962) e Uomini, boschi e api (1980).
Nel 1999 gira con Marco Paolini un film-dialogo diretto da Carlo Mazzacurati e Paolini stesso, Ritratti: Mario Rigoni Stern. Nel film Rigoni Stern racconta la sua esperienza di vita, la guerra, il lager e il difficile ritorno a casa, ma anche il rapporto con la montagna e la natura. Il racconto come veicolo della memoria: per il Sergente è doloroso ma fondamentale portare agli altri la propria esperienza.

A proposito del senso della vita dice: «...il momento culminante della mia vita non è quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita.... ».
Per la sua sensibilità verso il mondo della natura e della montagna l'11 maggio 1998 l'Università di Padova gli ha conferito la laurea honoris causa in scienze forestali ed ambientali.
Il 14 marzo 2007 l'Università degli studi di Genova gli ha conferito la laurea honoris causa in scienze politiche.

«Per noi è una perdita gravissima. Rigoni Stern era l'icona dei valori della gente di montagna». Così il sindaco di Asiago, Andrea Gios, commenta la scomparsa del celebre scrittore altopianese.
«Perdiamo - sottolinea - un pezzo della nostra storia, forse il più autorevole, anche se è riduttivo naturalmente considerare Rigoni Stern solo un asiaghese. La sua fama era di levatura mondiale». «Rappresentava - ribadisce Gios - i valori della gente della montagna, quelli in cui tutti noi ci identifichiamo. Per fortuna ci ha lasciato un tesoro, quello delle sue opere delle quali possiamo continuare a godere».

Da L'Unità.it del 18.06.08

lunedì 16 giugno 2008

Ricordando Malerba - II

Continua il florilegio dal saggio Che vergogna scrivere, di Luigi Malerba

3. (il comico e il tragico)
Il nulla è un argomento stupendo per uno scrittore perché sul nulla si può dire tutto.
Il nulla può essere angoscioso, veicolo di inquietudini, perfino avventuroso, perfino comico, ma in ogni caso è fondamentalmente drammatico (vedi Beckett, vedi Borges, vedi Buster Keaton). Con un piccolo scarto rispetto alla norma si sa che ogni dramma può tramutarsi in farsa, non soltanto lungo i percorsi della Storia ma anche nell'orizzonte della sincronia. Ci si può innamorare di una donna che non esiste o inseguire all'impazzata pietre che rotolano lungo un dirupo, ridendo e insieme piangendo per la disperazione.
Sono convinto che le strutture del tragico e le strutture del comico sono identiche, con la sola differenza che il comico scaturisce inevitabilmente da una forte accelerazione impressa a queste strutture. Una tragedia raccontata in quattro battute diventa una barzelletta, un film drammatico proiettato a ritmi accelerati diventa una comica. La elasticità del comico ci consente molte libertà mentali. Si può ridere del nulla esattamente come si può ridere del tutto. Se è vero che ci stiamo vertiginosamente avvicinando a quel baratro intravisto e annunciato da qualche scienziato malinconico e da qualche filosofo iettatore, forse è il momento del comico esistenziale, ma preferirei spostare l'obiettivo e chiamarlo comico cosmico. Lo raccomando vivamente perché è un antidoto a tutto.

4. (il canto degli uccelli)
A che cosa serve la letteratura?Scrittori e poeti hanno tentato di rispondere alla domanda.
Ezra Pound per esempio ha dato una risposta che sfiora l'utopia. "La funzione della letteratura" ha scritto "è esattamente questa: incita l'umanità, nonostante tutto, a vivere." Ma di quale umanità parla il poeta? Dei lettori, ovviamente. Ma il Werther di Goethe? Ci sono libri che incitano i lettori non a vivere ma a morire. Direi addirittura che lo stesso Ezra Pound rischia di smentire se stesso perchè si potrebbe inserire con qualche verosimiglianza tra gli autori della negatività le cui opere non hanno certo un effetto corroborante e che difficilmente si potrebbero proporre come incitamento a vivere.
"Tutta l'arte è totalmente inutile" ha affermato con perfidia Oscar Wilde e ancora in anni più cibernetici si è cercato di dimostrare che la letteratura non serve a niente. Proprio nella suprema inutilità si è preteso di trovar la ragion d'essere della finzione letteraria. Inutile come il canto degli uccelli, si è detto. Ma gli etologi ci hanno spiegato che gli uccelli cantano per delimitare il loro territorio o per diffondere i richiami amorosi indispensabili alla riproduzione della specie. Ma se perfino il canto degli uccelli ha uno scopo, come può essere totalmente inutile una presenza come quella della finzione letteraria che ha accompagnato l'uomo lungo tutto il percorso accidentato della civiltà?

5. (progresso e sviluppo)
L'idea di progresso ha portato con sé molti equivoci. Anzitutto si è confusa l'idea del progresso con quella di sviluppo, così come si è confusa la scienza con la tecnologia.
La decadenza degli studi umanistici a vantaggio della pratica tecnologica non può non preoccupare ogni persona di buon senso. Ciò di cui abbiamo un bisogno disperato e urgente è un tipo di cultura, e perciò di educazione, che ci permetta di usare saggiamente gli strumenti di cui già disponiamo e di superare indenni l'invadenza tecnologica.
Ai posti di comando arrivano troppo spesso uomini privi di quelle vigili prospettive che soltanto la cultura umanistica può dare. Per far fronte all'insipienza irresponsabile, alla volgarità e all'arroganza del "pensare corto", per opporre resistenza alle decisioni miopi e avventate che dobbiamo subire quotidianamente e ridare forza a una idea prospettica di civiltà, io credo ci sarà di grande aiuto proprio la letteratura, ancora alla ricerca di un riscatto dalle sue colpe immaginarie.

giovedì 12 giugno 2008

Semilavorati culturali


Oggi, mentre ero in macchina, senza un cd da infilare nello stereo, nauseato da tutte le radio, pesco la frequenza di radio radicale e mi ascoltato mezz'ora del Discorso dalla Montagna di Fausto Bertinotti, dedicato all'analisi della sconfitta elettorale.

A un certo punto, elencando le strategie delle destre per consolidarsi al potere, Bertinotti cita l'uso di semilavorati culturali.

Purtroppo si è trattato di una rapida citazione, senza l'approfondimento del significato di questi misteriosi semilavorati culturali .

Però il termine continua a rotolare tra i poveri resti delle mie sinapsi.

Insomma, anche solo per queste parole, il Fausto mi mancava proprio.

lunedì 9 giugno 2008

Ricordando Malerba - I

Di Luigi Malerba, scomparso un mese fa, mi rigiro un libretto - Che vergogna scrivere - comprato alla Fiera del Libro di Torino (al favoloso prezzo di € 4,65) in uno stand riservato ai libri di “seconda mano”, spesso intonsi, molti ancora confezionati nel cellophane, una vera miniera dove reperire tante chicche senza svenarsi.
E’ l’unico acquisto che ho fatto in Fiera, e ne sono felice, perchè quest'anno ho utilizzato il mio tempo per gli incontri e per conoscere alcune fantastiche persone, tra cui Giulio Mozzi, Aldo Nove e i redattori di Lapoesiaelospirito, Gaja Cenciarelli e Marino Magliani.
Tornando al libretto di Malerba, si tratta di un saggio edito nel 1996 da Arnoldo Mondadori, un caleidoscopio di pensieri sullo scrivere in cui emerge tutta la verve corrosiva del grande autore del Gruppo '63.
Il florilegio è d’obbligo.

1. (lo scrittore come fantasma)
La morte dello scrittore deve essere in cima a montagne di antichi desideri se già nel primo secolo d.C. il poeta latino Marziale scriveva in un epigramma famoso:”Non vale la pena di morire per piacerti”, rivolgendosi a uno di quei critici letterari di vocazione necrofila che ben conosciamo. Ancora oggi, dal punto di vista di chi si fa interprete della società borghese preoccupata di conservare la propria quiete, lo scrittore ideale è quello defunto. Lo scrittore defunto non disturba la società del conformismo, non discute, non dissente, non interviene. Finalmente tace. Da vivo può essere ingombrante, ma come defunto è degno di considerazione e rispetto. Qualche volta di ammirazione sconsiderata.

2. (lo scrittore postumo)
Possiamo con animo sereno dissentire dalle proposizioni radicali di Sartre quando decretò l'impossibilità di scrivere finché nel mondo qualcuno muore di fame. Forse una precisa coscienza della realtà che esplode intorno a noi, una opposizione alla ostinata rapina del mondo, può indurre lo scrittore a qualche scelta onorevole e distoglierlo quanto meno dal ruolo consolatorio delle futili intimità in cerca di facili consensi. Su quante dita di quante mani si possono contare oggi i romanzi perturbatori della quiete e quanta narrativa semina dubbi, propala inquietudini e stimola le coscienze?E ancora, lo scrittore integrato (chi non lo è?) quale itinerario dovrà percorrere per rifarsi delle infinite frustrazioni cui lo condanna la sua mal tollerata presenza nella società? Finalmente, perchè non ricorrere in appello presso gli ignoti posteri? La pratica del testamento letterario, del diario postumo: ecco un invito alla verità, o alla vendetta, degli oppressi e dei pusillanimi.Già emergono qua e là i segnali di questa attività diaristica. Ed ecco decenni condizionati dal mercantilismo e appiattiti dal disagio consenziente degli scrittori, recuperati per mezzo di una letteratura postuma da sovrapporre a quella consacrata dai premi e dalle tirature, registrata trionfalmente nelle cronistorie quotidiane, nei cataloghi degli editori, nei compendi benevoli, nelle antologie lottizzate.Quante sorprese post mortem. Per restare sui grandi, Bertolt Brecht non era un vile, ma certe dure note su Thomas Mann e su Adorno sono emerse soltanto dalle pagine postume del suo Diario di lavoro. E anche Joyce e Umberto Saba ci hanno riservato qualche sorpresa postuma. Anche Pavese a suo tempo ha speso alcune verità aggiunte, con qualche rischio politico in prima persona, nel suo Mestiere di vivere. La citazione di Pavese non è un invito al suicidio rivolto allo scrittore come espiazione delle sue colpe vere o presunte. Ci si solleva da terra aiutandosi con la terra, come suggerisce la saggezza cinese, e ci si solleva dalla letteratura con la letteratura.

sabato 7 giugno 2008

Gomorra, the movie- II


Detto quanto dovevo a proposito della tecnica del film, mi ha stupito una dichiarazione attribuita a Garrone, letta sempre in internet:

"Non aspettatevi un film di denuncia, ne' una inchiesta. Non voglio fare il moralista, e separare il bene dal male - spiega Garrone - mi soffermero', invece, sui personaggi che il libro di Saviano racconta con delle pennellate, e tra i quali e' approfondito solo quello del sarto. Studiare questa umanita' e' l'aspetto che mi interessa di piu".


Io non mi permetto di negare la valenza di denuncia di questo film, pena il rischio di assomigliare al manzoniano Don Ferrante che, nei Promessi Sposi, negava alla peste natura di sostanza o di accidente. Eppure, mentre è indubitabile il portato di denuncia, mi pare che il film manchi l’obiettivo proprio nello studio dell’umanità dei suoi personaggi, soprattutto per l’eccessiva frammentazione di cui dicevo.

E’ probabile che non fosse questa l’intenzione del regista, puntando più a presentare un puzzle di storie, puzzle che tuttavia rischia di impazzire come una maionese. A mio parere i limiti di questo film sono i limiti che in generale hanno segnato il rapido declino del neorealismo, dopo i capolavori dell'immediato dopoguerra: un racconto troppo frammentario e polverizzato, dove ( forse perchè manca un narratore "over" che tenga in mano i fili della storia) non basta la denuncia contro la violenza della camorra e le degenerazioni della società a dare corpo a una narrazione più strutturata, e più "suturata", che consenta di tenere unite le storie.

Nel film ci sono cinque vicende principali seguite in contemporanea, un sarto assoldato dai cinesi per insegnare nei laboratori clandestini, un riciclatore di residui industriali tossici, una coppia di aspiranti babykiller, un ragazzino chiamato alla prova di iniziazione nel clan, un portatore della mesata per le famiglie dei detenuti, ancora contornate da una galassia di altre microstorie.

La slabbratura tra le storie mi pare evidenziata dalla volontà di andare a cogliere tutti gli strati sociali della camorra, così che gli autori si lasciano prendere la mano nel tentativo di raffigurarne tutti i livelli, dalla bassa manovalanza ai criminali in colletto bianco.
La disomogeneità emerge soprattutto tra le vicende dei protagonisti delle Vele di Scampia, questo neo basso napoletano incementato sull'illegalità, e la storia dell'imprenditore della camorra, rappresentato magistralmente da Toni Servillo. Anche la storia del sarto, interpretato dal bravissimo Salvatore Cantalupo, mi sembra poco legata alle altre, oltretutto mette sul fuoco ulteriori temi, come lo sfruttamento della manodopera, il lavoro dei clandestini e la mafia cinese, che da soli meriterebbero un film.

Io ne ho ricavato un'impressione di troppo pieno, di troppe storie compresse a forza in un contenitore troppo stretto. Tutto ciò finisce per comprimere anche la profondità dei personaggi messi in scena, un effetto sicuramente voluto da Garrone, ma che a un certo punto gli sfugge di mano.
A parte Servillo e Cantalupo, gli altri interpreti mi sembrano perdersi in un melting pot confuso della cucina camorristica, con ragazzi di strada e attori dilettanti (e purtroppo si vede) dove non emerge alcun carattere particolare, se non forse uno dei due babykiller con la faccia da pinocchio. E qui il confronto mi pare perdente con i ragazzi che hanno recitato in Mery per sempre, di Marco Risi.

D’altro canto ci sono alcuni personaggi secondari raffigurati in modo del tutto fuori luogo. Tipo l’industrialotto del nord, a cui Servillo-Franco offre di smaltire 800 tonnellate di rifiuti, che pare una macchietta similyuppie, continuando a ripetere che tutto dev’essere clean, clean, lontano dall’immagine plumbea dei veri lupi d’industria.

Mi pare quindi che uno dei limiti del film sia l'utilizzo di una sorta di zeugma applicato al campo visivo, ovvero descrivere più strati sociali con una unica visuale, cosa che funziona per i livelli cosidetti “bassi”, meno per quelli “alti”.
L'ambiente dovrebbe funzionare da legante, come nel caso del basso di cemento delle Vele di Scampia, un fondale claustrofobico che in effetti diventa il vero protagonista del film, assieme al sangue.

Devo riconoscere che la violenza, le sparatorie, gli ammazzamenti, sono rappresentanti in modo efficace, senza compiacimento, ma con una presa diretta di forte impatto. Il dettaglio dell'insistere sulla visione del sangue non è secondario.
Il film si apre con una mattanza in un centro estetico e termina con un'altra feroce esecuzione sulla spiaggia, e in entrambe le occasioni, come in tutti gli altri episodi violenti rappresentati, la maggior parte delle inquadrature non è dedicata all'azione, ma alle conseguenze dell'azione. Ci sono primi piani insistiti sui cadaveri, e soprattutto sul sangue, le pozze di sangue, il sangue spruzzato sulle pareti, il sangue nei buchi dei muri dove sono finite le pallottole che hanno attraversato i corpi. In questo Gomorra è senz'altro efficace, anche se con un metodo affatto diverso rispetto ai soliti Tarantino e Scorsese, perchè non si tratta di un cedimento allo splatter, mi pare piuttosto una scelta per ribadire che queste morti accadono realmente, non è telegiornale, non è la solita cronaca di carta, qui c'è sangue, vita che scivola via dalle persone, dai corpi delle vittime.

In conclusione, riporto una cosa detta da quell’illuminato critico-artista che fu Ruggero Jacobbi :
"l'angoscioso rimpianto dello scrittore non riguarda i progetti letterari che
egli ha lasciato cadere; riguarda tutto ciò che la vita, il fuori, contiene e
produce continuamente e non arriva mai a tradursi in progetto letterario".
Bene, io credo che la stessa ansia valga per il cineasta, il regista, lo sceneggiatore, la stessa ansia di tradurre in una pellicola un progetto letterario che ha avuto così tanto successo, la stessa ansia che però, a volte, come nel caso di Gomorrathemovie, porta a fare passi falsi, o almeno, più lunghi della gamba.

giovedì 5 giugno 2008

Gomorra, the movie- I


Qualche giorno fa sono andato a vedere Gomorra, di Matteo Garrone, positivamente impressionato da quanto letto su alcuni blog e negativamente impressionato dal battage mediatico che si è montato sul film, prodromo alla valanga delle 400 copie uscite nelle sale.
A dire il vero più infastidito da quest'ultima operazione, come un tentativo di riprodurre a tavolino alcune condizioni che hanno portato al successo editoriale del libro. Ma sul libro qui mi fermo, che voglio limitarmi a commentare il film, evitando qualunque comparazione con il testo di Saviano.

Il fatto è che, prima ancora di vederlo, il film mi è entrato in testa con questo annuncio spettacolarizzato da notte degli Oscar, tipo: Ladies 'n Gentlemen: Gomorra, the movieee!

Ecco, mi è rimasto questo retrogusto di Hollywood misto Cannes, questo fruscio di seta e cotonature sopra red carpet, di star e starlette che luccicano denti ai fotografi, trascinando l'attenzione su un filmche non dovrebbe avere bisogno di tale glam Agit-Prop.

Insomma, per questa e per altre sensazioni, il film mi è diventato Gomorrathemovie.

E chissà che questa pellicola non generi un filone di sottocopie, che non si dia la stura a un nuovo filone di camorra-western alla napoletana, operazione che si è già prodotta sul versante editoriale, dove il successo di Saviano ha indotto una sporogonia di libelli su Napoli, camorra & dintorni.

Alla fine sono uscito dal cinema nè deluso nè esaltato.
Non so quali siano state le reazioni della critica militante e della stampa, non avendo avuto tempo di leggere le recensioni sui giornali, mentre ho sentito alla radio una feroce (e invero superficiale) stroncatura da parte di Enrico Ghezzi. Però non condivido le lodi sperticate lette sui blog.
Le chiamate al capolavoro si fondano sostanzialmente su queste motivazioni:
1) Il film è migliore della media dell'attuale produzione italiana, ergo è un capolavoro.
E ci vuole anche poco a migliorare, dico io, visto le mediocrità (con rare eccezioni), uscite in Italia negli ultimi anni.
Mi pare evidente che un film non diventa necessariamente un capolavoro, solo perchè lo si paragona a delle schifezze.Vorrei ricordare quello che diceva Roberto Longhi, uno dei maggiori critici d'arte del secolo scorso, nel primo numero della rivista Paragone del 1950 :
”Un’opera non è mai sola , è sempre un sistema di rapporti, per cominciare, almeno un rapporto con un’altra opera d’arte. Un’opera sola al mondo non sarebbe neppure intesa come una produzione umana, ma guardata con reverenza o con orrore, come magia, come tabù, ; come opera di Dio e dello stregone, non dell’uomo. E già si è troppo sofferto dei miti degli artisti divini e divinissimi, invece che semplicemente umani”.

Questo non significa cedere, come ho visto sui blog, a una teoria di aggettivi esaltanti, non motivati : folgorante, depalmiano, tarantiniano, scorsesiano. Ma per favore, che poi a copiare gli americani non ne abbiamo mai cavato granchè.

2) Nel film si fa un uso innovativo della cinecamera, si parla di "Inquadrature che “seguono” i personaggi facendo respirare le loro azioni" ecc.
Ohibò, ma questa è un metodo vecchio come il cucco, in Italia introdotta nel dopoguerra da Zavattini con la sua tecnica del "pedinamento".
Pedinando il personaggio, si cercava di cogliere con la cinecamera la vera realtà quotidiana, gli elementi più genuini d’un comportamento umano determinato da particolari condizioni ambientali e sociali.
E' il modello del c.d. cinema “trasparente”, proposto da Zavattini e De Sica, che avrebbe dovuto funzionare come semplice riproduttore della realtà, con personaggi, ambienti e situazioni scelti per il loro valore emblematico, attorno al quale si costruiva la denuncia sociale e politica.
Con il pedinamento il personaggio diventava il vero centro dell’azione drammatica, costituendo il filo conduttore per una rappresentazione documentaristica della realtà sociale. Ne conseguiva un’opposizione anche sul piano formale al cinema di stampo hollywoodiano con l’impiego di attori non professionisti, assenza quasi totale di scenografie, montaggio piano e discorsivo, macchina da presa mobile e forte caratterizzazione drammatica dei personaggi.
Qui però Garrone si discosta dal modello, e non so quanto volontariamente, evitando di calcare la mano sulla caratterizzazione dei personaggi, forse per non perdere il fuoco dell’attenzione sul contesto ambientale. Il risultato, a mio parere, è un appiattimento della potenziale carica poetica dei personaggi e delle loro storie.
Sicuramente siamo molto lontani dagli apici di poeticità di Zavattini e De Sica, come quelli raggiunti in Sciuscià, dove l’intensità lirica è illuminante. Come un'opera fedele al neorealismo, c'è la denuncia, ma a mio giudizio non spicca il volo, manca del lirismo che muta le vicende descritte in epopea.

3) Si esulta anche per un uso innovativo del sonoro, in quanto manca la colonna sonora, e si fa largo uso dei suoni di ambiente, forse come segno di ricerca di aderenza con il reale.

A tal proposito si loda "che in Gomorra non vengano utilizzati elementi extradiegetici, in quanto Garrone lascia gridare i personaggi e i loro passi, come volontà di mostrare l’umanità in tutta la sua forza, senza troppe sovrapposizioni".
Anche qui niente di nuovo, un compitino eseguito bene seguendo dettami e canoni del neorealismo.
Nel campo della tecnica del cinema è stata dimostrata la teoria dell' a-sincronismo tra immagine e suono, prima con S.M. Ejzenstejn e poi con B. Balazs. Di quest'ultimo riporto quanto dice nel suo saggio Estetica del film (tradotto in Italia da Editori Riuniti, nel 1954):
"perchè il suono non rimane attaccato all'immagine. E l'impressione acustica si distacca da quella ottica. C'è una soluzione di continuità tra impressione acustica e visione e cioè c'è sempre un breve periodo di tempo nel quale noi orientiamo il nostro udito sui dati della nostra visione. E in questo frattempo si attua un'inquietante e confusa dissociazione dell'unità ottico-acustica dello spettacolo. Come se noi sentissimo dei ventriloqui".

Questo per dire che c'è sempre un commento sonoro che ha funzione extradiegetica, anche quando apparentemente sembra seguire lo sviluppo delle immagini, e in Gomorra questo commento sonoro così apparentemente legato all'azione non significa automaticamente più aderenza alla realtà, anzi, personalmente mi ha distratto e non poco dalla sequenza visiva , mi è sembrato troppo artificioso nella sua smania di riprodurre i suoni d'ambiente, financo le canzonette dei cantanti neomelodici, fino a risultare talvolta disturbante.

domenica 1 giugno 2008

Le famose madernettes di Proust


Domenica mattina, mi alzo un quarto di veglia e tre quarti di sonno, vado in cucina e accendo in automatico il televisore mentre preparo il caffè.

Mi siedo catatonico sul divano mentre aspetto che la caffettiera borbotti, alla tele c'è una trasmissione di chiacchiere, dal salotto la Volpe e Timperi parlano di cartoni animati, mentre scorrono le musichette delle sigle più famose, da Uforobbò a Capitanarlok, poi si arriva a Remì, ed ecco che Timperi si illumina, estrae la citazione letteraria:

-Ecco, ma lo sapete che Remì è ispirato a un famoso libro, Senza famiglia ? - esclama il Timperi.

-Ah, sì, quello del romanziere Hector Malot - gli fa da eco la Volpe, che deve essersi studiata la risposta.

-Eh, già, che ricordi mi suscita ascoltare queste sigle dei cartoni, per me sono come le famose madernettes di Proust - chiosa il Timperi, inventandosi un nuovo tipo di biscotto da pucciare nei ricordi.

Gran cosa, la cultura in tivvù