domenica 25 maggio 2008

Cronache dalla fiera III - Per esordire ci vuole culo


Sabato al Caffè Pedrocchi, manifesto dello scrittore di gialli, con Margherita Oggero e Gianni Farinetti.

Il moderatore, dopo varie amenità, chiede:

Come siete arrivati all'esordio?

Oggero:

conoscevo XYZ, una signora di Torino che faceva l'editor per Mondadori e che
è mancata qualche anno fa.


Siccome io ero appena andata in pensione e potevo dedicare più tempo alla
narrativa e avevo un mio manoscritto, allora una sera a una cena di comuni amici
ne ho
parlato alla signora XYZ per un consiglio, su cosa farne e a chi
inviarlo, così
è finita che lei l'ha letto e mi ha detto non mandarlo a
nessuno che te lo
pubblichiamo noi.


Farinetti:

io, siccome di mestiere facevo il pubblicitario e conoscevo svariati autori,
capito una sera a cena a Torino a casa di comuni amici con l'editor XYZ per
Mondadori, poi un mio amico me la presenta e le dice sai che lui ha un
manoscritto nel cassetto? E lei mi ha detto dammelo da leggere. Allora io
glielo
ho dato, e lei ne è rimasta entusiasta e mi ha aiutato a
pubblicarlo.


Insomma, ho pensato io, per esordire bisogna anche aver
culo.

martedì 20 maggio 2008

Cronache dalla fiera - II - Odore di Fiera


Libri antichi sponsorizzati da una grappa, i dorsi muffiti all’aroma di moscati, i cessi intasati alle dieci di mattino, puzza di piscio, in un stand minuscolo uno scrittore piuttosto famoso parla seduto dietro un tavolino,

lo scrittore piuttosto famoso ha un capello moscio in testa la faccia gonfia e gialla, anche le dita sono gonfie mentre armeggiano con il collo di una bottiglia di birra, declamano versi su una tortura sodomitica, il pubblico ascolta perplesso, lo scrittore guarda con occhi lubrico la bottiglietta poi con ce la fa più e la stappa, l’accompagnatore continua a leggere di impalamenti, lo scrittore bagna la lingua impastata con un sorso di birra, la lingua si scioglie con una alito di luppolo, la gente lo guarda come un animale allo zoo, nel piccolo stand della casa editrice,

entro in un incontro dedicato alle donne, in sala tutte donne, avanzo per cercare un posto, qualcuna mi guarda in tralice,una scrittrice dal palco grida che tutte le donne che accudiscono qualcuno dovrebbero mettersi a fare lo sciopero, così gliela farebbero vedere, una volta per tutte, ai maschi di casa.
-Siamo in emergenza, dobbiamo tirar fuori le palle! – grida un’altra
-Ma no, le palle no, le risponde una terza scrittrice.
Esco mentre le palle rotolano incontrollate in sala.

Mi imbatto nello stand delle Marche, è l’ora del’aperitivo, si offre vino bianco frizzante e formaggi, mani untute si affanno a raccogliere le ultime scaglie di parmigiano, da pucciare nel bianchetto, zaffate etiliche si spalmano sui banchetti della regione Marche, poco oltre c’è lo stand d’Israele, con davanti quello della Questura, musichette arabescate, e odor di questurino.
Sta arrivando sempre più gente, i bar sono intasati da mandrie ululanti, zaffate di panino raffermo, hot dog, patatine, caffè all'aroma di bevanda gusto caffè,

dita sporche di grasso si preparano a sfogliare pagine su pagine, mangio un cornetto mentre in uno stand un tizio dice che gli scrittori non vanno trattati bene, perché altrimenti poi si montano la testa.

Al pomeriggio torme accaldate invadono le corsie, l’invasione delle ultras celle copre tutti gli stand, vado all’incontro dove parla Giulio Mozzi, mi siedo accanto a una vegliarda con la testa violetta che olezza di violetta, ala fine dell’incontro parlo con l’editor Gaja Cenciarelli che mi offre due pastiglie di violetta, si vede che mi ha sentito l’alito pesante, Giulio Mozzi invece non ha odore, è uno scrittore inodore, li saluto mentre torno verso gli stand di quelli che mi dovrebbero pubblicare, anche loro sono inodori,


Arriva Aldo Nove con cui discutiamo del nome AndreaFrancesco, il nome AndreaFrancesco gli piace,
-Guarda che è bello, è un endecasillabo!- mi fa intanto che mi saluta e se ne va.


Io vago ancora per la Fiera cercando di immaginarmi il profumo di AndreaFrancesco, poi esco, saturo di tutto questo odor di Fiera, mi riempio i polmoni della fresca aria di Torino e torno a respirare

domenica 11 maggio 2008

Cronache dalla Fiera del Libro - I


Un commento sull’incontro alla Fiera dedicato al Bello del romanzo e i nuovi canoni letterari, con la creme de la creme della critica nazionale, Berardinelli, Ficara, La Porta, Cortellessa, presenziante Scurati in veste di scrittore ostaggio felice del consesso.

Premetto che oggi ho letto su La Stampa una cronaca dell’incontro a cura di Mario Baudino, che invero mi è parsa ottima sotto il profilo della sintesi giornalistica ma del tutto supina sulle posizioni e sulle pose da marchesato delle lettere assunte dai suddetti critici.

L’intero incontro, come è stato riconosciuto dagli stessi partecipanti, è stata un’occasione sprecata in quanto era stato costruito per diventare un dibattito a più voci, mentre si è ridotto a una sfilata di prove di narcisismo intellettuale, dove la voluttà di autoglorificazione dei partecipanti ha portato a sforare i tempi programmati per gli interventi di ciascheduno, di modo che dopo un’ora e passa c’erano gli organizzatori a pressare per concludere (che Don Ciotti, Caselli e le mafie già scalpitavano), senza lasciar in benché minimo spazio al dibattito, né tantomeno alle domande del pubblico.

La mia impressione di tutto ciò, come già avrete capito, è di aver assistito a una prova collettiva di autoincensamento da parte dei critici, con Scurati prono nella funzione di vittima della sindrome di Stoccolma.
Ma insomma, che hanno detto?

Berardinelli esordisce candidamente che lui non era preparato sul tema dell’incontro avendolo saputo solo un paio d’ore prima (??ma vah!!!) e che comunque non si sente proprio di parlare del bello nel romanzo, da lì in poi è una tirata sulla funzione del critico, che il critico è lui stesso uno scrittore, dove i personaggi dei suoi scritti sono gli autori, e poi giù a promuovere l’ultima sua fatica per Scheiwiller, con un annuario sugli scrittori italiani, dieci pagine per ognuno, perché, dice, in dieci pagine per un critico è più difficile mentire (ne consegue che ammette normalmente di mentire quando scrivere una normale recensione).
In uno slancio di didascalismo enciclopedico elenca cinque misure per misurare il bello nel romanzo:
1) Un canone dei classici
2) Il canone del meglio che è stato fatto nelle due generazioni precedenti
3) L’esperienza diretta dal mondo da parte del critico
4) L’utilizzo di una lingua “falsa” troppo semplice o troppo complessa, la non credibilità della lingua dei personaggi.
5) L’incoerenza del libro con la propria struttura e il proprio linguaggio.
Dopo di che conclude che il bello non è definibile, meglio e più facile definire il brutto.

Cortellessa parte con Croce e la sua avversione per la letteratura contemporanea, afferma che si può canonizzare non la contemporaneità, ma per la contemporaneità, passando per Bachtin che dice che il genere romanzo è auto inclusivo di se stesso ed è tale solo quando contraddice la norma, mentre oggi gli editori compiono esattamente un’operazione di segno inverso, perché pubblicano solo romanzi che cercano di conformarsi a tale norma.
Cita anche l’ultimo libro di Siti, Il contagio, come uno dei pochi esempi di narrativa attuale controcorrente, ma solo per la parte del libro non di fiction, ma di diario-elucubro-autofiction.
Alla fine conclude che la letteratura, e quindi il romanzo, deve avere la capacità di dire no, ripete questo concetto, dire no, dire no, dire no come un valore, dire no al presente, e passa la palla a Ficara mentre riecheggiano ancora in sala i suoi no acuti e nasali.

Ficara che esordisce che la stroncatura non è mai un esercizio contro, ma a favore della letteratura, e lui comunque non vorrebbe essere nei panni del romanziere, perché il passo narrativo è un passo avanti e tre indietro, poi se la prende con i narratori che fanno finta di non essere italiani, imitano gli stranieri usando un linguaggio che definisce un “idioletto planetario”, una sorta di inglese da aeroporto, avendo perso il contatto con la tradizione letteraria italiana e quindi abbasso tutti gli sperimentalismi o pseudo tali, riprendendo la definizione di Montale per cui la neoavanguardia è un imborghesimento di tutte le avanguardie.

La Porta carica la dose del sadismo critico ammettendo che a parlar bene ci si sente sempre retorici mentre è più spettacolare una stroncatura. La bellezza è stata sostituita dallo stile, oggi i narratori cercano lo stile, ma lo stile soppianta tutto il resto, anche la tensione morale e l’etica. Cita anche due esempi della prevaricazione dello stile sul bello, oggi: l’ultimo libro di Wu Ming e Hitler di Genna. Anche La Porta aborre i libri di fiction pure, molto meglio i libri al confine tra i generi e cita Onofri, La Capria, Affinati, ma anche Piersanti e Veronesi, perché sono “comunicativi ma non concilianti con il presente e la società” (sic).

Da buon ultimo Scurati apre riconoscendo :”non vorrei esser nei miei panni”.
Poi è tutto un panegirico sul fatto che i giorni del presente sono i giorni della cronaca, oggi viviamo i tempi della cronaca e il canone letterario scompare, il tempo della cronaca è il tempo del successo, come fondamento di se stesso, e se una cosa non ha successo non è accaduta. Sostanzialmente vivere nel tempo della cronaca significa accettare di vivere giorno per giorno, abbandonando i sogni.
Dopo una sparata contro la c.d. real-tv come esempio di cronachismo mediatico, conclude anche lui che occorre dire no ai giorni del presente, a favore delle grandi architetture del romanzo di tradizione ottocentesca.
Fine dell’incontro, con i partecipanti che si piangono addosso per aver sforato e non aver consentito di innescare il dibattito a cui agognavano frementi.

Cosa c’entri tutto ciò con il canone del bello nel romanzo, lo diranno la prossima volta.

venerdì 9 maggio 2008

E' morto un grande: Luigi Malerba


E' morto nella notte a Roma, Luigi Malerba, scrittore, giornalista e sceneggiatore. Il suo vero nome era Luigi Bonardi, nato a Berceto, Parma, nel 1927. Dall'appartenenza al Gruppo 63 sviluppo' una vena espressiva surreale in opere come la raccolta di racconti La scoperta dell'alfabeto (1963) e i romanzi Il serpente (1966) e Salto mortale (1968, Prix Me'dicis 1970).


Al centro della ricerca di Malerba la scrittura e la confusione del mondo, la sua incomprensibilità, il gioco infinito di coincidenze della vita quotidiana, cui si tenta inutilmente di dare comunque una spiegazione, il tutto espresso comunque con ironia pungente e amore del paradosso in una serie di romanzi che vanno dalle prove più sperimentali sino a quelli di una più risolta narratività: da 'Il serpente' e 'Salto mortale', che grazie al Prix Medicis nel 1968 gli dette fama anche all'estero, sino a 'Fuoco greco', 'La superficie di Eliane' o 'Fantasmi romani' del 2006, passando per una raccolta di saggi dal titolo esemplare 'Che vergogna scrivere'.
Malerba esordisce nel 1963, anno fatidico per la nostra letteratura con la nascita del Gruppo 63 e della cosiddetta neoavanguardia, pubblicando 'La scoperta dell'alfabeto' per capire il percorso e il senso di tutta la sua opera.

Raccontava del vecchio contadino Ambanelli il quale si faceva insegnare a leggere e scrivere le parole dal figlio del padrone "con tanto entusiasmo che se le sognava la notte", ma alla fine arriva a contestarle nel loro ordine alfabetico e pare così anche lui già pronto a quel "Salto mortale" di lingua e senso che Malerba compirà qualche anno dopo.
Per uno scrittore infatti, ha spiegato Malerba, "al di là delle apparenze, il tentativo è sempre quello di dare, invece della descrizione dei fatti e delle cose, la coscienza dei fatti e delle cose di cui il linguaggio espressivo è ancora il veicolo privilegiato".

Così facendo però "le parole possono agire subdolamente sull'inconscio, possono cadere su noi a pioggia o come un turbine di tempesta", si scrive per vivere e la vita finisce nella scrittura, con tutta la sua inevitabile ambiguità.

L'io narrante de 'Il serpente', opera in cui la tensione narrativa viene spinta sino al limite di rottura, fa della menzogna, che è poi quella delle parole che usa, la sostanza della sua esistenza, mentendo per trovare ascolto e dare un qualche senso all'insensatezza della vita.

Egualmente gli indizi che il protagonista di 'Salto mortale', l'opera successiva, va man mano scoprendo nella sua indagine tra oscure minacce, fantasie delittuose e turbamenti erotici, serviranno solo a rivelare tutta l'inconsistenza della realtà, un puzzle di varianti e coincidenze che, come un salto mortale, finisce per riportarci inesorabilmente al punto di partenza.

Il Malerba migliore è proprio quello che gioca sul filo del paradosso, insegue storie che non portano a nulla, personaggi fatti vivere sulla pagina sino a svelarne poi appunto la natura fantasiosa, la menzogna. Don Chisciotte era non a caso il suo personaggio preferito.

Tutto questo però non cambia il fatto che "non si tratta di distrarre i lettori, di aiutarli a dimenticare, ma di aiutarli ad avere coscienza dei problemi che incombono sul destino dell'umanità' come dimostra il suo impegno, anche attraverso romanzi successivi, quali 'Pianeta azzurro' o 'Le pietre volanti', nei confronti della natura e dei beni culturali da preservare e di una società da cambiare.
Cominciò dando vita a 'Sequenze', una rivista di cinema nella sua citta' negli anni '50, quando collaborava ai film di Alberto Lattuada (Il cappotto, La lupa, Amore in città, La spiaggia). Scrisse anche per Ugo Tognazzi (Sissignore) e Pasquale Festa Campanile (Dove vai tutta nuda? e Come perdere una moglie e trovare un'amante), passando poi alla letteratura e trasferendosi a Roma, dove è stato autore appunto per il cinema e la televisione e di numerosi libri per ragazzi tradotti in tutto il mondo, a cominciare dalle storie di 'Millemosche', scritte con Tonino Guerra e portate anche in tv, come i suoi romanzi e racconti, pubblicati prima da Rizzoli, poi da Einaudi e infine da Mondadori.

Malerba non smise mai di essere un innovatore e, direttore negli anni '60 di una società pubblicitaria, arrivò a inserire pagine pubblicitarie nei suoi libri come 'Città e dintorni' con il fine di abbassarne il prezzo di vendita. Anche la sua attrazione per il mondo classico o per l'Oriente e la civiltà cinese ha un qualcosa di favoloso e assieme di strumento per raccontare storie esemplari come si trattasse di fatti esotici, come accade con 'Le rose imperiali', ambientato nella Cina del primo imperatore, 'Il fuoco greco', che si svolge a Bisanzio nell'anno Mille in un bizantinismo di inganni, 'Le pietre volanti' (premio Viareggio '72), e 'Itaca per sempre', in cui racconta dell'arrivo di Ulisse a casa con gli occhi di una Penelope offesa e vendicativa per i sospetti che il marito ha su di lei. Sempre con un occhio particolare alle cose e affidandosi al grottesco, l'ironico, l'assurdo non fini a se stessi, ma specchio dei nostri tempi e della ricerca dell'uomo, eguale e impossibile da sempre.

(da Rainews 24).

lunedì 5 maggio 2008

Era mio padre, di Franz Krauspenhaaar


Se ci fosse uno strumento per misurare la tensione morale presente in un libro, l’intensità emotiva del suo autore, bene, nel caso di Era mio padre questa sorta di amperometro schizzerebbe alle stelle, con la lancetta a sobbalzare frenetica sulle tacche rosse del fine scala.

Un’intensità emotiva che non è possibile descrivere o filtrare, si può solo lasciar passare, come la mia scelta di far passare più testo possibile in questa lettura.

Ecco Krauspenhaar partire subito all’attacco, in apertura, con una sorte di furente dichiarazione programmatica rivolta al lettore:

voglio che vedi cosa c’è sotto la terra che calpesti, voglio che senta che sto
parlando anche di te, perché un padre l’hai avuto anche tu, forse lo hai ancora.
Voglio regalarti uno sguardo molteplice, un occhio febbrile sulle cose. Devi
affondare con me e con lui.

Non c’è dubbio che uno dei pregi di questo libro consista proprio nel trasmettere al lettore, senza filtri, la tensione emotiva dell’autore, in questo caso nel ripercorrere la memoria del padre e le ferite cauterizzate a fuoco per la sua scomparsa, nonostante siano già passati molti anni.

Il libro procede con un ritmo a singhiozzo, è come un viaggio fatto di stop e continue ripartenze, di accelerazioni, di frenate brusche, di avanti e indietro nel tempo e nello spazio.

E’ un percorso che l’autore ci invita a compiere accanto a lui, è un percorso sui cui esiti all’inizio c’è più che incertezza, anche per la persistenza del passato nel presente, con il suo carico di dolore, tant’è che nelle prime pagine dice:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non
passa….Questo libro lo voglio fare come mi viene. Non uso griglie, non attingo
che da questa mia testa piena- o alle volte anche vuota- di ricordi, di
immagini, di fotogrammi, flash, rumori, raggi gamma di pensiero, sollecitazioni,
odori lontani ma persistenti. Madeleines che non si induriscono mai. Come
pensare che il passato possa svanire? Il passato è qui, ora, perché noi siamo
passato, noi siamo il passato…


Così si parte in questo viaggio, in questo lessico famigliare senza filtri che affonda le radici nelle generazioni precedenti e nei patimenti subiti, come nelle piccole grandi gioie che hanno attraversato la vita della famiglia, con l’autore ostinato nello scrostare ogni possibile paramento di perbenismo, di buoni sentimenti, per far emergere anche il male, e non solo quello subito, ma quello più subdolo che si insinua nelle pieghe dell’anima.

L’espediente utilizzato per portare il ricordo nel testo, senza imbalsamarlo, è di parlare anche (e molto) del presente, della lotta quotidiana dell’autore con quelle che altri hanno definito le piccole cose di poco conto, degli incontri galanti, dell’amicizia con altri scrittori, delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso, con un tono apparentemente minimalista, sotto il quale cova l’angoscia del vivere, o del non vivere come si vorrebbe.

L’espediente -ammesso che sia tale- funziona perché serve ad evitare che l’autore, e la figura stessa del padre, trasfigurino in una sorta di personaggio letterario, perdendo l’autenticità, la carne che palpita dentro ogni pagina del libro.
Del resto non siamo in presenza di un romanzo, e non si aspetti il lettore di trovarvi trama e personaggi.


Oggetto letterario non completamente identificato, si legge nell’aletta. E in effetti potrebbe essere inteso in molti modi, autobiografia, autofiction o anche come una ricetta dolorosa quanto necessaria per attraversare indenni il dolore della memoria.

Comunque, è lo stesso Krauspenhaar a consegnarci qualche indizio sulla natura del libro:

Questo libro è un salvataggio estremo. Un mio bisogno che spero attiri altri
bisognosi. Uno specchio in cui spero possano rispecchiarsi in tanti…e,
rivolgendosi al lettore, aggiunge:
Voglio che soffri con me, che patisci con
me…voglio che ti prendi una vacanza dall’intrattenimento, dalle storielle
sordide di morti ammazzati di carta…voglio che ti senti stanco di sesso di
carta, di amori improponibili, di padri infantili e figli drogati. Il romanzo è
diventato un genere di conforto, non d’indagine. Io qui sperimento me stesso, io
sono il topo da laboratorio che corre drogato per la gabbia.


C’è una sorta di dialogo continuo con la figura del padre, anche quando non parla direttamente di lui, anche quando si ferma sulla propria condizione attuale, su ciò che non va nella sua vita, sulle relazioni andate a male. Così si può dire che l'autore parli del padre soprattutto quando parla di sé. L’assenza è la protagonista. Ed è ciò che consente al libro di esistere.

Se lui fosse qui questo libro non esisterebbe; e dunque, cinicamente: oggi come
oggi sceglierei lui o il libro? Strano, non so rispondere; ho fatto troppo
l’abitudine alla sua assenza

Conseguente all’assenza, ecco emergere l’altro protagonista del libro: il dolore.

Papà vampiro della mia anima, di molto del mio dolore trapassato.

E ancora, le pagine dedicate alla scomparsa del carissimo fratello,
Stefano:
Mi rendo conto che questo libro è fatto di troppo dolore che vorrei
arginare. Ma il dolore è sgorgato come un fiume e continua defluendo in scuri
rigagnoli, anche se io non piango più da molto tempo. Continuo a scrivere per
non pensare.

Un dolore che ritorna continuamente anche nell’oggi, o comunque nel passato prossimo, descritto in modo vivido, ad esempio nella pagine che trattano della depressione che lo ha morso negli ultimi anni.

Altre volte il tono assume accenti più lirici, come quando sogna di poter tornare indietro, in Svizzera, per fare a ritroso l’ultimo viaggio compiuto dal padre.

La Svizzera, che mi vedrà solcarla per tornanti ritornanti, per venirti a
riprendere poco tempo dopo, da morto, nel ritroso da soma, col tuo corpo sulle
spalle, con tutto il tuo peso di anni, di storia, di affetto, tenerezza, rabbia,
incomprensioni, con tutto quello che ti riguarda, col nostro rapporto.

Le parti di lessico famigliare sono a mio parere le più genuine, le più riuscite, come quelle dedicate ai nonni paterni.Ci sono descrizioni bellissime, come quando è rievocato il periodo di Sanremo, negli anni ’20, quando il nonno era direttore di uno degli alberghi più prestigiosi, l’Hotel des Anglais.

Papà nasce là, guardando il mare punteggiato da spilli di sole. La sua mamma,
Marie Antoniette, è un misto di paesi: tedesca, francese, italiana appunto di
Sanremo. Se il nonno è biondo e occhiceruleo, la nonna è bruna e aggraziata come
una provenzale…Tu papà sei nato tra i ricchi, hai cominciato benissimo il tuo
lungo cammino nella vita. Più tardi ti accorgerai dell’amaro e sentirai il duro,
il pietroso, l’acuminato.

Da qui in poi si dipana -nella storia del padre- un gomitolo fatto di molte sofferenze, e lutti, la morte prematura del nonno, la guerra e gli anni difficili del dopoguerra, con qualche intermezzo felice come quello dedicato ai primi anni di matrimonio dei genitori, in una Milano già locomotiva della ripresa.

Mi sono piaciute meno, invece, le parti del libro di meta-romanzo, dove si parla delle difficoltà nel portare avanti il libro stesso.

Riconosco che si tratta di una tendenza che si sta diffondendo sempre più nella nostra narrativa. C’è questo sovrapporre le impronte del book in progress a quelle della storia che si narra, come ad esempio Mauro Covacich prova a fare nel suo ultimo libro, Prima di sparire. Ma non è una tendenza che mi entusiasma più che tanto.

E’ un equilibrio difficile, che richiede un continuo sforzo di accordare i toni dei due livelli narrativi, come un triplo salto mortale che Krauspenhaar esegue con successo. O perlomeno lo scrivere assolve a una funzione terapeutica, utile a far affondare anche il dolore del ricordo.
Conclude verso il finale:

Ci ho provato a farti affondare nella prosa. E’ tutto quello che ho potuto fare,
che posso fare.

In questo viaggio al termine di questa notte Franz Krauspenhaar trova così la forza di far emergere una fiammella di luce, come un indizio di aurora.Questo è quello che dice all'inizio del libro:

Rimango sempre sintonizzato col mio passato. Gli anni passano ma il passato non
passa

Ma verso il finale l'autore può finalmente guardare al domani con l’anima più leggera.

Gli anni che ci hanno separato non sono stati perduti. Se non s’è perso l’amore,
in fondo non s’è perduto niente.

Franz Krauspenhaar, Era mio padre, Fazi Editore, 16.50 euro.