
Ora che c'abbiamo preso gusto, ecco un racconto direttamente dal patron delle Edizioni Las Vegas Edizioni: il ragazzo del Lingotto.
Stasera glielo dice. Non gli ha preparato nessuna cenetta speciale e niente potrebbe far pensare a un’occasione importante. Non ci sono candele sul tavolo, non ha indossato un vestito particolare, non ha scelto nessun profumo ricercato, non si è truccata più di quanto non faccia normalmente, non ha inserito nel lettore il cd con la loro canzone, non ha fatto, insomma, niente che possa stupirlo o ingannarlo od obbligarlo a dire e fare qualcosa che non voglia davvero. Non deve dirle di sì solo per via di qualche trucchetto da quattro soldi.Dalla finestra si vedono gli scavi per la metropolitana, sembra che i lavori non finiscano mai. Quando si sono inventati lo slogan “Torino non sta mai ferma” non pensavano certo ai cantieri. Ma il Lingotto, è vero, sta cambiando faccia e non è più il quartiere di una volta, tutto casa e Fiat. La metropolitana stessa è il segno che qui la Fiat non è più la mamma che ti cresce, ti protegge e ti tiene attaccato per sempre alle sue gonne. Adesso, pensa lei mentre lo aspetta e guarda dalla finestra, siamo un po’ tutti orfani e in cerca di una nuova famiglia.Eccolo che suona alla porta. Eccolo che entra e le dice ciao e le dà un bacio veloce sulle labbra – un tempo si sarebbero abbracciati e baciati per dieci minuti, anche se magari non si vedevano da un’ora appena, ma ormai sono cinque anni che stanno assieme e pure la passione ha i suoi tempi. È vestito molto casual, e questo le fa pensare di aver fatto bene a non mettersi in ghingheri senza avvisarlo. Si sarebbe trovata in imbarazzo per lui, nonostante siano a casa di lei e non li veda nessuno – che poi, se fossero al tavolo di un ristorante, sarebbe lo stesso: i vip elogiano sempre questa città così discreta che potresti anche darti fuoco e nessuno ci farebbe caso.Mentre mangiano – non è bravissima come cuoca, ma due o tre cose le sa fare – stanno quasi sempre in silenzio. Lei sta cercando le parole giuste, lui forse pensa ai fatti suoi, alla partita della Juve o a qualche altra cosa che non c’entra con loro due. O magari non sta pensando proprio a niente. Lei ha evitato di fare il piatto che lui preferisce – le lasagne al forno – anche se è una delle due o tre cose che sa fare: l’ha evitato perché non vuole nemmeno creargli delle illusioni su di lei. Vuole, insomma, che sia veramente libero di decidere, senza essere condizionato da nulla di ciò che lo circonda. Anche perché deve darle una risposta che non vale per un momento, ma per sempre.«C’è una cosa che devo dirti» prova a esordire lei, dopo aver bevuto un lungo sorso di vino. La voce le trema un po’.«Anch’io» dice lui, più freddo.«Dimmi.» Vedi mai che sia la stessa, di cosa.«No, dimmi prima tu.»Beve un altro sorso e poi insiste: «Prima tu.»«Domani sera non ci sono perché ho la partita di calcetto.»Iniziamo bene, pensa lei. «Ah. Solo questo?»Pensavo peggio, pensa lui. «E tu? Cosa volevi dirmi?»«È una cosa difficile… Non so da dove cominciare…»«Dall’inizio?»«No. È meglio dalla fine.» Non vuole condizionarlo neppure con i ricordi. «Ormai sono cinque anni che stiamo assieme. Forse sarebbe giusto dare una svolta al nostro rapporto, non credi? Cominciare a fare progetti, smetterla di vivere come due ragazzini.»«Ne abbiamo già parlato, cara. Lo sai.» Guarda l’orologio con uno scatto nervoso del polso. Spera che uno squillo del telefono metta fine al discorso.«Io voglio costruire qualcosa con te. Credo sia arrivato il momento per farlo. Non si può rimandare sempre tutto…»«Ma cara…»«Aspetta, non dire niente. Lasciami finire. Quello che voglio sapere stasera, anzi no, subito, è se vuoi sposarmi. Sì o no.»«Immagino di non avere scappatoie. E di non poter nemmeno chiedere l’aiuto del pubblico...»«Per favore. Sii serio almeno una volta. Mi vuoi sposare?»«Ma certo che ti voglio sposare.» Fa finta di masticare, per prendere tempo. «Solo che non mi sembra il momento per... Come pensi di farcela?»«O sì o no. In cinque anni ti sarai fatto un’idea in proposito, spero.»(Una pausa, interminabile per lei, troppo breve per lui.)«Va bene. Hai ragione. Qualche modo possiamo trovarlo…»«Davvero? Davvero? Vuoi dire che mi sposi? Dimmelo! Dimmelo per intero!»«Ti voglio sposare.»
Con le mani in tasca, attraversa i giardinetti di Italia ’61, costeggia il laghetto artificiale. Non può credere che lei l’abbia fregato così, come un ragazzino. Eppure è successo, ieri sera. Adesso che scusa può trovare? Con che faccia può dirle che non ha nessuna intenzione di metter su una famiglia? Che dalle Olimpiadi non ha più lavorato e si è inventato mille storie per non deluderla? Lui, che una volta era Gliz, una delle due mascotte di Torino 2006. O meglio: non proprio Gliz, il ripieno di Gliz. Le Olimpiadi erano state un momento di illusione per tutto il quartiere: il mondo, non solo quello sportivo, gravitava attorno ai siti olimpici del Palazzo a Vela e dell’Oval, dalla terrazza del Lingotto si aveva l’illusione di essere al centro di tutto. Una zona operaia che diventava improvvisamente lo sfondo di ogni immagine stampata sui giornali o trasmessa dalle televisioni dei cinque continenti. E il simbolo di tutto questo movimento erano quei due pupazzi dalla testa enorme, Neve e Gliz, che non mancavano mai di fare sfoggio della loro simpatia, salutando le folle e abbracciando le nonne e i nipoti. Solo che, dopo la cerimonia di chiusura, le luci si erano spente, la gente era tornata a pensare ai fatti suoi, il Lingotto era ridiventato un quartiere triste seppur riconvertito al commercio, e il costume da Gliz era finito in soffitta. È dura la vita della mascotte: passata la festa, non ti vuole vedere più nessuno, nemmeno quelli che poco prima ti adoravano.Per quanto ci stia provando, non riesce ancora a spiegarsi come abbia fatto ad essere così ingenuo da dirle subito di sì, senza neanche pensarci. Arriva nella zona giochi e supera la recinzione. Tutti quei bambini che si buttano giù dagli scivoli gli mettono una nostalgia indicibile. Lui, un tempo, era il loro eroe. Ha la tentazione di riprovare ad esserlo di nuovo, per un’ultima volta.«Ehi, ma tu sei Giada!» dice a una bambina bionda con un aeroplanino in mano.«Sono Martina» gli fa lei, indispettita. «E tu chi sei?»«Non ti ricordi di me?»«No.»«Hai ragione. Non potresti proprio. Sono Gliz.» Lei lo guarda seria, ma non dice niente. «Ti ricordi di Gliz? Gliz, di Neve e Gliz?»«Non sei lui.» Poi: «Ti piace il mio nareoplano?»«È un bellissimo nareoplano giallo.»«È rosso!» ribatte, calcando tantissimo la r. «Non vedi che è rosso?»«Allora è un bellissimo nareoplano rosso.»«Dove abiti?»«Nel Palazzo a Vela.»«Dentro?»«Sì. E ho una pista di pattinaggio tutta per me.»«Mi inviti?» domanda lei, finalmente conquistata.«Non so se posso. Tu sei brava coi pattini?»«So le tabelline fino al sette.»«Allora va bene. Puoi venire.»«Ma davvero sei Gliz?»«Vieni, Martina, lascia stare il signore» le dice la madre, prendendola per un braccio. Lancia un’occhiataccia allo sconosciuto che si è permesso di importunare sua figlia. Probabilmente un maniaco della peggior specie.«Mi inviti, vero?» riesce ancora a dirgli la bambina, ma è già lontana.
Mentre fa le scale che portano alla passerella dell’Arco Olimpico, il simbolo del rinnovamento urbanistico del Lingotto e di tutta Torino, lui pensa ancora a quell’idea meravigliosa di un futuro che è già passato, ai siti olimpici abbandonati, al degrado e alla ruggine e alle erbacce e alle scritte sui muri. E alle parole di lei di ieri sera.Ha un sacco nero sulla spalla. Si guarda attorno, sospettoso. Un signore di mezza età lo affianca e lui gli fa: «Dice a me?»«Come, scusi?»«Ho chiesto se stava dicendo a me.»«Veramente non ho parlato.»«Abbia il coraggio di ammetterlo, almeno.»«Le assicuro che non ho detto niente.» Poi, affretta il passo.«Mai nessuno che si prenda le sue responsabilità.»Dalla passerella guarda il cielo azzurrissimo, come quasi mai a Torino, un felice contrasto con l’arancione dell’arco. Appoggia il sacco a terra, lo apre e tira fuori il costume di Gliz. Lo indossa. Poi sale sul parapetto, chiude gli occhi per le vertigini, si fa il segno della croce. E, come un supereroe senza mantello né poteri, si lascia cadere nel vuoto.
Andrea Malabaila
Con le mani in tasca, attraversa i giardinetti di Italia ’61, costeggia il laghetto artificiale. Non può credere che lei l’abbia fregato così, come un ragazzino. Eppure è successo, ieri sera. Adesso che scusa può trovare? Con che faccia può dirle che non ha nessuna intenzione di metter su una famiglia? Che dalle Olimpiadi non ha più lavorato e si è inventato mille storie per non deluderla? Lui, che una volta era Gliz, una delle due mascotte di Torino 2006. O meglio: non proprio Gliz, il ripieno di Gliz. Le Olimpiadi erano state un momento di illusione per tutto il quartiere: il mondo, non solo quello sportivo, gravitava attorno ai siti olimpici del Palazzo a Vela e dell’Oval, dalla terrazza del Lingotto si aveva l’illusione di essere al centro di tutto. Una zona operaia che diventava improvvisamente lo sfondo di ogni immagine stampata sui giornali o trasmessa dalle televisioni dei cinque continenti. E il simbolo di tutto questo movimento erano quei due pupazzi dalla testa enorme, Neve e Gliz, che non mancavano mai di fare sfoggio della loro simpatia, salutando le folle e abbracciando le nonne e i nipoti. Solo che, dopo la cerimonia di chiusura, le luci si erano spente, la gente era tornata a pensare ai fatti suoi, il Lingotto era ridiventato un quartiere triste seppur riconvertito al commercio, e il costume da Gliz era finito in soffitta. È dura la vita della mascotte: passata la festa, non ti vuole vedere più nessuno, nemmeno quelli che poco prima ti adoravano.Per quanto ci stia provando, non riesce ancora a spiegarsi come abbia fatto ad essere così ingenuo da dirle subito di sì, senza neanche pensarci. Arriva nella zona giochi e supera la recinzione. Tutti quei bambini che si buttano giù dagli scivoli gli mettono una nostalgia indicibile. Lui, un tempo, era il loro eroe. Ha la tentazione di riprovare ad esserlo di nuovo, per un’ultima volta.«Ehi, ma tu sei Giada!» dice a una bambina bionda con un aeroplanino in mano.«Sono Martina» gli fa lei, indispettita. «E tu chi sei?»«Non ti ricordi di me?»«No.»«Hai ragione. Non potresti proprio. Sono Gliz.» Lei lo guarda seria, ma non dice niente. «Ti ricordi di Gliz? Gliz, di Neve e Gliz?»«Non sei lui.» Poi: «Ti piace il mio nareoplano?»«È un bellissimo nareoplano giallo.»«È rosso!» ribatte, calcando tantissimo la r. «Non vedi che è rosso?»«Allora è un bellissimo nareoplano rosso.»«Dove abiti?»«Nel Palazzo a Vela.»«Dentro?»«Sì. E ho una pista di pattinaggio tutta per me.»«Mi inviti?» domanda lei, finalmente conquistata.«Non so se posso. Tu sei brava coi pattini?»«So le tabelline fino al sette.»«Allora va bene. Puoi venire.»«Ma davvero sei Gliz?»«Vieni, Martina, lascia stare il signore» le dice la madre, prendendola per un braccio. Lancia un’occhiataccia allo sconosciuto che si è permesso di importunare sua figlia. Probabilmente un maniaco della peggior specie.«Mi inviti, vero?» riesce ancora a dirgli la bambina, ma è già lontana.
Mentre fa le scale che portano alla passerella dell’Arco Olimpico, il simbolo del rinnovamento urbanistico del Lingotto e di tutta Torino, lui pensa ancora a quell’idea meravigliosa di un futuro che è già passato, ai siti olimpici abbandonati, al degrado e alla ruggine e alle erbacce e alle scritte sui muri. E alle parole di lei di ieri sera.Ha un sacco nero sulla spalla. Si guarda attorno, sospettoso. Un signore di mezza età lo affianca e lui gli fa: «Dice a me?»«Come, scusi?»«Ho chiesto se stava dicendo a me.»«Veramente non ho parlato.»«Abbia il coraggio di ammetterlo, almeno.»«Le assicuro che non ho detto niente.» Poi, affretta il passo.«Mai nessuno che si prenda le sue responsabilità.»Dalla passerella guarda il cielo azzurrissimo, come quasi mai a Torino, un felice contrasto con l’arancione dell’arco. Appoggia il sacco a terra, lo apre e tira fuori il costume di Gliz. Lo indossa. Poi sale sul parapetto, chiude gli occhi per le vertigini, si fa il segno della croce. E, come un supereroe senza mantello né poteri, si lascia cadere nel vuoto.
Andrea Malabaila

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