sabato 13 dicembre 2008

Il campanile dello scrittore


In principio furono Cesare Pavese, Primo levi, Italo Calvino, Beppe Fenoglio e Natalia Ginzburg, così inizia un articoletto uscito giorni fa sul Sole 24 Ore, nell'inserto dedicato al Piemonte (e già cominciamo maluccio dimenticando un Grande come Giovanni Arpino).

Titolo: Gli scrittori piemontesi scalano le classifiche.

Sottotitolo: L'area subalpina si conferma terreno fertile per giovani talenti.

Segue elenco di autori subalpini più o meno piedistallati, dal più stagionato al più giovane, da Carlo Fruttero alla rivelazione dell'anno, Paolo Giordano. I nomi citati sono parecchi, tutti più o meno noti, anche se mancano i due che prediligo, Sebastiano Vassalli e Davide Longo.

Ora, non voglio cadere nel gioco di chi c'è o non c'è in elenco, nè cedere alle suggestioni di improbabili statistiche sulla distribuzione geografica degli scrittori, come si adombra nell'articolo in questione.

Mi fermo invece sul domandone posto dal giornalista del Sole: se il Piemonte è fucina di tanti talenti, qual è il motivo?Ecco le risposte di alcuni scrittori intervistati."Qui c'è sempre stato un microclima favorevole. La marginalità geografica ti preserva dalle distrazioni e ti dà tempo di riflettere" dichiara Ernesto Ferrero.

"Siamo un pò defilati- sostiene Luca Bianchini- e questo ci permette di osservare meglio gli altri."

E ancora Giuseppe Culicchia: "Chi scrive ha bisogno di stare isolato e Torino aiuta, non ci sono troppe distrazioni. Fossi nato a Roma avrei fatto lo scrittore?"

Insomma, chiosa l'articolista, la regione pedemontana offre un'atmosfera ideale per la scrittura. Non solo, questo presunto isolamento dovrebbe formare il carattere. Di conseguenza mica ci si accontenta di scrivere, no, avanti Savoia, si devono scalare le classifiche, ed ecco spiegata l'insorgenza dei Baricco, delle Oggero, financo dei Faletti, fino a giungere agli ultimi due supervincitori di superpremi, Paolo Giordano con lo Strega e Benedetta Cibrario con il SuperCampiello.Le altre regioni sono servite, si rassegnino. Voialtri che giocate col pennino fuori Piemonte, piegate il capo di fronte a questo novello imperio subalpino!

Invero, questo autoincensamento non mi pare in linea con il presunto understatement del carattere piemontese. E il senso della misura? E la riservatezza?

E poi: Torino conta quasi novecentomila abitanti, ha ospitato le Olimpiadi invernali, tanto per dirne una, possibile che non ci sia niente niente? E' perfettamente collegata al resto d'Italia e d'Europa, possibile che sia così isolata? E i torinesi, i piemontesi, scrittori e non, vivono tutti dentro celle frigo in magnifica solitudine? A Roma, visto che è stata citata, ci sarà pure qualche distrazione in più, ma questo impedisce per forza di scrivere?

Chiaro che si tratta di boutade, più da campanile dello scrittore che da indagine statistica.

Però. Tralasciando ulteriori considerazioni su quel sottile male del luogocomunismo che tende ad affliggere lo scrittore (quanto più se "affermato") davanti a una qualunque domanda di un qualunque cronista, forse sarebbe bene non farsi prendere la mano dal vouyerismo del proprio orticello.

E poi mi chiedo: ha senso cercare un filo comune che percorra la narrativa degli autori piemontesi? E più in generale, ha senso cercare delle caratteristiche che accomunino gli scrittori milanesi, o quelli emiliani, o quelli romani, o quelli veneti, o quelli sardi, o quelli napoletani? E che senso ha parlare di scrittori piemontesi, romani, milanesi, liguri ecc. ecc.?

In effetti qualcuno, ogni tanto, cede alla tentazione di parlare di "ondate", con annunci roboanti tipo: arriva la nuova ondata di scrittori emiliani! ecco la nuova ondata di autori partenopei! e tutti giù a capire chi sia il nuovo Paolo Nori piuttosto che il novello Saviano.

Non so quanto ci sia di spontaneo, in questa mania delle "ondate", quanto di movimento "dal basso", come si suol dire, piuttosto che di trend incoraggiato dalle case editrici, visto che è da quest'ultimo imbuto che si deve passare per la pubblicazione.

Ci sarebbe poi parecchio da dire sugli stilemi di genere, e sull'innocente (o forse coatta?) omologazione di molti esordienti appartenenti a specifiche aree geografiche, che, a mio parere, spesso si abbandonano a canoni replicanti quel certo autore che vende tanto. Per dire, sarà un fenomeno casuale, ma tra gli scrittori torinesi mi sembrano piuttosto numerosi i Baricco addicted.

La mia impressione è che dalle nostre parti ci sia un panorama-arcipelago quanto mai frammentato, composto da tante repubblichine un pochetto autoreferenziali, spesso alimentate dalle flebo editoriali, dove domina l'amore per il giardinetto sul retro di casa.

In questo mare resiste qualche audace in grado di navigare non di conserva, fuori dai grandi convogli, ma mi sembra sempre più difficile, tra le nuove generazioni, trovare qualche autore che riesca a liberarsi da questa dimensione tutto sommato provinciale (anche quando l'ambientazione è metropolitana).

Con questo non voglio dire che preferisco ignorare paesi e paesaggi, ambienti e ambientazioni, ed evitare che lo sguardo si posi su ciò che è intorno a noi. Però preferirei veder utilizzare questo "particulare" come una rampa di lancio, e non come l'area delle girotondazioni dell'autore.

Bisognerebbe tenere a mente la lezione di Gianni Celati, che parte dall'osservazione di quello che trova lungo la sua strada per far arrivare al lettore l'inesprimibile che è nell'animo umano.

Mi è rimasto in testa un magma di pensieri dopo aver ascoltato Gianni Celati, in febbraio, in un memorabile incontro al Circolo dei Lettori di Torino. Però qualcosa è precipitato nelle mia memoria, come la concezione del racconto come un bilanciamento di pesi e contrappesi, di vuoti e intensità. E l'esortazione a seguire la via dell'errore, e delle fantasticherie, abbandonando la retta via della volontà programmatica.

Lezione appresa benissimo, direi, da Franco Arminio nel suo libro Vento forte tra Lacedonia e Candela (infatti nei ringraziamenti finali cita proprio Celati). Basti citare questo suo pezzo:"Adesso viviamo d'indigestioni. Io riesco a sfornare un po' di pagine solo partendo da un disturbo, da un tentativo di restaurare un danno che io stesso continuamente mi procuro. Andando in giro per questi posti ho pensato che noi non siamo più attrezzati per la solitudine, per le giornate vuote, per il tempo che passa lontano dalla baldoria dei telefonatori e degli appuntamenti..."

E ancora:"Non propongo una mistica del minore e dell'anonimo. Stendo semplicemente le mie righe, vado avanti, cerco parole nuove e trovo solo parole che servono a ingrassare il mio disagio. Mi consolo pensando che la paesologia ha una sua ragion d'essere, magari per dire quelle inezie che i giornali o la televisione non sanno più dire. Loro devono raccontare gli eventi e nel paese l'evento più importante è proprio questo non esserci dell'evento."

Ma per un paesologo di lusso come Arminio, quanti ce ne sono di mediocri? Quanti che girotondano i propri quartieri o paeselli come un compitino scolastico?E, comunque: possibile che siamo ancora così sovrastati dall'ombra del campanile? (con il bene che voglio al campanile del mio paese).

0 commenti: