
Un commento sull’incontro alla Fiera dedicato al Bello del romanzo e i nuovi canoni letterari, con la creme de la creme della critica nazionale, Berardinelli, Ficara, La Porta, Cortellessa, presenziante Scurati in veste di scrittore ostaggio felice del consesso.
Premetto che oggi ho letto su La Stampa una cronaca dell’incontro a cura di Mario Baudino, che invero mi è parsa ottima sotto il profilo della sintesi giornalistica ma del tutto supina sulle posizioni e sulle pose da marchesato delle lettere assunte dai suddetti critici.
L’intero incontro, come è stato riconosciuto dagli stessi partecipanti, è stata un’occasione sprecata in quanto era stato costruito per diventare un dibattito a più voci, mentre si è ridotto a una sfilata di prove di narcisismo intellettuale, dove la voluttà di autoglorificazione dei partecipanti ha portato a sforare i tempi programmati per gli interventi di ciascheduno, di modo che dopo un’ora e passa c’erano gli organizzatori a pressare per concludere (che Don Ciotti, Caselli e le mafie già scalpitavano), senza lasciar in benché minimo spazio al dibattito, né tantomeno alle domande del pubblico.
La mia impressione di tutto ciò, come già avrete capito, è di aver assistito a una prova collettiva di autoincensamento da parte dei critici, con Scurati prono nella funzione di vittima della sindrome di Stoccolma.
Ma insomma, che hanno detto?
Berardinelli esordisce candidamente che lui non era preparato sul tema dell’incontro avendolo saputo solo un paio d’ore prima (??ma vah!!!) e che comunque non si sente proprio di parlare del bello nel romanzo, da lì in poi è una tirata sulla funzione del critico, che il critico è lui stesso uno scrittore, dove i personaggi dei suoi scritti sono gli autori, e poi giù a promuovere l’ultima sua fatica per Scheiwiller, con un annuario sugli scrittori italiani, dieci pagine per ognuno, perché, dice, in dieci pagine per un critico è più difficile mentire (ne consegue che ammette normalmente di mentire quando scrivere una normale recensione).
In uno slancio di didascalismo enciclopedico elenca cinque misure per misurare il bello nel romanzo:
1) Un canone dei classici
2) Il canone del meglio che è stato fatto nelle due generazioni precedenti
3) L’esperienza diretta dal mondo da parte del critico
4) L’utilizzo di una lingua “falsa” troppo semplice o troppo complessa, la non credibilità della lingua dei personaggi.
5) L’incoerenza del libro con la propria struttura e il proprio linguaggio.
Dopo di che conclude che il bello non è definibile, meglio e più facile definire il brutto.
Cortellessa parte con Croce e la sua avversione per la letteratura contemporanea, afferma che si può canonizzare non la contemporaneità, ma per la contemporaneità, passando per Bachtin che dice che il genere romanzo è auto inclusivo di se stesso ed è tale solo quando contraddice la norma, mentre oggi gli editori compiono esattamente un’operazione di segno inverso, perché pubblicano solo romanzi che cercano di conformarsi a tale norma.
Cita anche l’ultimo libro di Siti, Il contagio, come uno dei pochi esempi di narrativa attuale controcorrente, ma solo per la parte del libro non di fiction, ma di diario-elucubro-autofiction.
Alla fine conclude che la letteratura, e quindi il romanzo, deve avere la capacità di dire no, ripete questo concetto, dire no, dire no, dire no come un valore, dire no al presente, e passa la palla a Ficara mentre riecheggiano ancora in sala i suoi no acuti e nasali.
Ficara che esordisce che la stroncatura non è mai un esercizio contro, ma a favore della letteratura, e lui comunque non vorrebbe essere nei panni del romanziere, perché il passo narrativo è un passo avanti e tre indietro, poi se la prende con i narratori che fanno finta di non essere italiani, imitano gli stranieri usando un linguaggio che definisce un “idioletto planetario”, una sorta di inglese da aeroporto, avendo perso il contatto con la tradizione letteraria italiana e quindi abbasso tutti gli sperimentalismi o pseudo tali, riprendendo la definizione di Montale per cui la neoavanguardia è un imborghesimento di tutte le avanguardie.
La Porta carica la dose del sadismo critico ammettendo che a parlar bene ci si sente sempre retorici mentre è più spettacolare una stroncatura. La bellezza è stata sostituita dallo stile, oggi i narratori cercano lo stile, ma lo stile soppianta tutto il resto, anche la tensione morale e l’etica. Cita anche due esempi della prevaricazione dello stile sul bello, oggi: l’ultimo libro di Wu Ming e Hitler di Genna. Anche La Porta aborre i libri di fiction pure, molto meglio i libri al confine tra i generi e cita Onofri, La Capria, Affinati, ma anche Piersanti e Veronesi, perché sono “comunicativi ma non concilianti con il presente e la società” (sic).
Da buon ultimo Scurati apre riconoscendo :”non vorrei esser nei miei panni”.
Poi è tutto un panegirico sul fatto che i giorni del presente sono i giorni della cronaca, oggi viviamo i tempi della cronaca e il canone letterario scompare, il tempo della cronaca è il tempo del successo, come fondamento di se stesso, e se una cosa non ha successo non è accaduta. Sostanzialmente vivere nel tempo della cronaca significa accettare di vivere giorno per giorno, abbandonando i sogni.
Dopo una sparata contro la c.d. real-tv come esempio di cronachismo mediatico, conclude anche lui che occorre dire no ai giorni del presente, a favore delle grandi architetture del romanzo di tradizione ottocentesca.
Fine dell’incontro, con i partecipanti che si piangono addosso per aver sforato e non aver consentito di innescare il dibattito a cui agognavano frementi.
Cosa c’entri tutto ciò con il canone del bello nel romanzo, lo diranno la prossima volta.
Premetto che oggi ho letto su La Stampa una cronaca dell’incontro a cura di Mario Baudino, che invero mi è parsa ottima sotto il profilo della sintesi giornalistica ma del tutto supina sulle posizioni e sulle pose da marchesato delle lettere assunte dai suddetti critici.
L’intero incontro, come è stato riconosciuto dagli stessi partecipanti, è stata un’occasione sprecata in quanto era stato costruito per diventare un dibattito a più voci, mentre si è ridotto a una sfilata di prove di narcisismo intellettuale, dove la voluttà di autoglorificazione dei partecipanti ha portato a sforare i tempi programmati per gli interventi di ciascheduno, di modo che dopo un’ora e passa c’erano gli organizzatori a pressare per concludere (che Don Ciotti, Caselli e le mafie già scalpitavano), senza lasciar in benché minimo spazio al dibattito, né tantomeno alle domande del pubblico.
La mia impressione di tutto ciò, come già avrete capito, è di aver assistito a una prova collettiva di autoincensamento da parte dei critici, con Scurati prono nella funzione di vittima della sindrome di Stoccolma.
Ma insomma, che hanno detto?
Berardinelli esordisce candidamente che lui non era preparato sul tema dell’incontro avendolo saputo solo un paio d’ore prima (??ma vah!!!) e che comunque non si sente proprio di parlare del bello nel romanzo, da lì in poi è una tirata sulla funzione del critico, che il critico è lui stesso uno scrittore, dove i personaggi dei suoi scritti sono gli autori, e poi giù a promuovere l’ultima sua fatica per Scheiwiller, con un annuario sugli scrittori italiani, dieci pagine per ognuno, perché, dice, in dieci pagine per un critico è più difficile mentire (ne consegue che ammette normalmente di mentire quando scrivere una normale recensione).
In uno slancio di didascalismo enciclopedico elenca cinque misure per misurare il bello nel romanzo:
1) Un canone dei classici
2) Il canone del meglio che è stato fatto nelle due generazioni precedenti
3) L’esperienza diretta dal mondo da parte del critico
4) L’utilizzo di una lingua “falsa” troppo semplice o troppo complessa, la non credibilità della lingua dei personaggi.
5) L’incoerenza del libro con la propria struttura e il proprio linguaggio.
Dopo di che conclude che il bello non è definibile, meglio e più facile definire il brutto.
Cortellessa parte con Croce e la sua avversione per la letteratura contemporanea, afferma che si può canonizzare non la contemporaneità, ma per la contemporaneità, passando per Bachtin che dice che il genere romanzo è auto inclusivo di se stesso ed è tale solo quando contraddice la norma, mentre oggi gli editori compiono esattamente un’operazione di segno inverso, perché pubblicano solo romanzi che cercano di conformarsi a tale norma.
Cita anche l’ultimo libro di Siti, Il contagio, come uno dei pochi esempi di narrativa attuale controcorrente, ma solo per la parte del libro non di fiction, ma di diario-elucubro-autofiction.
Alla fine conclude che la letteratura, e quindi il romanzo, deve avere la capacità di dire no, ripete questo concetto, dire no, dire no, dire no come un valore, dire no al presente, e passa la palla a Ficara mentre riecheggiano ancora in sala i suoi no acuti e nasali.
Ficara che esordisce che la stroncatura non è mai un esercizio contro, ma a favore della letteratura, e lui comunque non vorrebbe essere nei panni del romanziere, perché il passo narrativo è un passo avanti e tre indietro, poi se la prende con i narratori che fanno finta di non essere italiani, imitano gli stranieri usando un linguaggio che definisce un “idioletto planetario”, una sorta di inglese da aeroporto, avendo perso il contatto con la tradizione letteraria italiana e quindi abbasso tutti gli sperimentalismi o pseudo tali, riprendendo la definizione di Montale per cui la neoavanguardia è un imborghesimento di tutte le avanguardie.
La Porta carica la dose del sadismo critico ammettendo che a parlar bene ci si sente sempre retorici mentre è più spettacolare una stroncatura. La bellezza è stata sostituita dallo stile, oggi i narratori cercano lo stile, ma lo stile soppianta tutto il resto, anche la tensione morale e l’etica. Cita anche due esempi della prevaricazione dello stile sul bello, oggi: l’ultimo libro di Wu Ming e Hitler di Genna. Anche La Porta aborre i libri di fiction pure, molto meglio i libri al confine tra i generi e cita Onofri, La Capria, Affinati, ma anche Piersanti e Veronesi, perché sono “comunicativi ma non concilianti con il presente e la società” (sic).
Da buon ultimo Scurati apre riconoscendo :”non vorrei esser nei miei panni”.
Poi è tutto un panegirico sul fatto che i giorni del presente sono i giorni della cronaca, oggi viviamo i tempi della cronaca e il canone letterario scompare, il tempo della cronaca è il tempo del successo, come fondamento di se stesso, e se una cosa non ha successo non è accaduta. Sostanzialmente vivere nel tempo della cronaca significa accettare di vivere giorno per giorno, abbandonando i sogni.
Dopo una sparata contro la c.d. real-tv come esempio di cronachismo mediatico, conclude anche lui che occorre dire no ai giorni del presente, a favore delle grandi architetture del romanzo di tradizione ottocentesca.
Fine dell’incontro, con i partecipanti che si piangono addosso per aver sforato e non aver consentito di innescare il dibattito a cui agognavano frementi.
Cosa c’entri tutto ciò con il canone del bello nel romanzo, lo diranno la prossima volta.

6 commenti:
Condivido a pieno le tue considerazioni, anche io mi sarei atteso di più e il brivido più grande che ho avuto durante la manifestazione è stato quando la scorta del ministro per i beni culturali mi ha spinto buttandomi quasi per terra, solo perché il mio percorso e quello del ministro avrebbero potuto incrociarsi casualmente. La critica, quantomeno un certo tipo di critica, sembra autolesionista e riesce a sprecare spesso delle grandi occasioni. Continua a dichiarare che è morta o moribonda, come afferma Carla Benedetti nel suo saggio, imponendo così (o sperando di imporre) alla letteratura di vivere in una condizione postuma. Per questo ho letto con piacere le tue considerazioni.
Gianpietro
niente di nuovo sotto il sole. ti prendo in parola visto che non ci sono andata, ma se è vero quello hai scritto allora La Porta vive a Fantasyland: come esempio di stile che soppianta tensione morale ed etica prende Genna e WM. evidentemente non ha letto i romanzi, oppure non ha capito quello che ha letto. oppure, più probabilmente, dà un certo fastidio che alcuni scrittori (Genna e WM per primi) mostrino una forte pulsione narrativa proiettata verso una reazione al vuoto della società italiana contemporanea, di cui loro sono evidentemente estimatori
yahoo! Menomale che 'sto incontro l'ho mancato.
Sull'inesistenza della critica ci sarebbe da dire molto. Partendo dall'inconsistenza di molti critici ;)
Grazie per la cornaca,
Paolo S
Grazie a Gianpietro, clobo e Paolo S per i loro commenti.
In effetti è un'abitudine di lorsignori parlare di libri che non hanno letto...
Paolo Cacciolati
Ciao Paolo
complimenti per il bel reportage.
Ecco perché si chiama fiera del libro...
Bisognerebbe rompere il sonno culturale in cui l’Italia pare caduta.
f.s.
Grazie a te, Francesco!
Quello che stiamo facendo con lapoesiaelospirito magari aiuta a rompere quel sonno culturale...
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