sabato 20 giugno 2009

Finalmente sono arrivate,

le bozze del libro.

domenica 14 giugno 2009

Funambolismi, innovazioni e terre di mezzo

Io mi imbarazzo quando leggo certe stroncature (come nei commenti dei blog) alle parole dei poeti; mi imbarazzo, arrossisco nel ricordare quante volte ci sono cascato (e ci casco) anch’io, penso a quello che scrive Raimon Pannikar nel libro Lo spirito della parola : “Il parlare è la manifestazione stessa, è la vita stessa dell’essere parlante, che è uomo, ed è nella sua espressione parlante che l’uomo si realizza…E’ la parola che crea perchè partecipa del soffio stesso dello Spirito.” E questo, a mio parere, vale anche per la parola scritta.
La parola spesso è interpretata come un medium tra l’uomo e il mistero del vivere, e la poesia è il trono della parola, è il mezzo per eccellenza per renderci partecipi dell’inesprimibile. Come in questi due versi di Cesare Viviani:
Ogni bagliore è luce dell’eterno
è riflesso del divino.
L’altra faccia della parola (scritta) è la prosa, che non ha la potenza della poesia, è più difficile che consenta quella che Viviani chiama “la gioia delle soste,/ mentre passa in cielo come nuvola / la forza vitale“. Ma, accettando questa inferiorità, anche in prosa la parola può sprigionare scintille, può recuperare spazi alla banalità di trame e intrecci, restituendo la funzione di lingua letteraria.
Ne ha parlato un paio di settimane fa Giuseppe Antonelli, in un articolo sul Domenicale del Sole 24 ore. Lo scrittore ritrova l’aura si intitola l’articolo, dove l’autore intravede bagliori di novità espressiva nelle opere di alcuni giovani narratori italiani. Si citano Giorgio Vasta, Mario Desiati, Gaia Manzini. La lingua di questi scrittori potrebbe essere il sintomo dell’affacciarsi di una nuova stagione, secondo Antonelli, che cita come contraltare la lingua di una Susanna Tamaro (definita “nonneggiante”) piuttosto che la “melodrammatica ricercatezza lessicale della Mazzantini.”
Si riporta pure questo pezzo, sempre della Mazzantini:
“Oltre le ultime fronde dei platani, oltre le antenne, gli storni affollavano la luce cinerea, folate di piume e garriti, chiazze nere che oscillavano, si sfioravano senza ferirsi, poi si aprivano, si sperdevano, prima di tornare a serrarsi in un altro volo.”
Certo, si può criticare l’abitudine di estrapolare brani slegati da un contesto, ma queste parole mi paiono vestite come funambolici frombolieri al cospetto di quelle che trovo, ad esempio, nel romanzo di Giorgio Vasta (Il tempo materiale), dove c’è una “giostra che gira storta e inerziale”, una “bottiglia bruna di aranciata, il collo rastremato e l’etichetta inestirpabile…”, “un odore vivo ma mansueto”.
La ricerca espressiva di questi “ultimi” giovani scrittori, come dice Antonelli, non può certo essere considerata leziosità e men che meno magniloquenza; qui abbiamo a che fare con una sana innovazione. Condivido. Però, dico, non è che tra un Giorgio Vasta (o Desiati ecc.) e una Susanna Tamaro ci sia stato il nulla, quanto a ricerca sulla lingua letteraria. D’accordo che con i nuovi narratori siamo lontani dalla cosiddetta “lingua ipermedia” degli anni novanta, come potrebbe essere quella di Tiziano Scarpa o Aldo Nove. Però in mezzo sono arrivati fior di narratori che hanno innovato la lingua senza cadere in funambolismi. I nomi? Basta Paolo Nori? Basta Ugo Cornia?
Quanto alla ricerca espressiva, certo ha ragione Antonelli nel rilevare la cifra emotiva di questa novazione di scrittura che porta a guardare il mondo con occhi diversi, fino a interpretare la realtà attraverso l’unica lente del linguaggio (”noi conosciamo il piacere del linguaggio”; “siamo colpevoli di linguaggio”, fa dire Vasta a uno dei suoi personaggi). L’approdo, conclude l’autore dell’articolo, sarebbe quindi arrivare ad interpretare la realtà tramite la parola giusta. Rispondere alla domanda cosa è la realtà attraverso l’uso di una nuova lingua letteraria, capace di dare un’impronta alla realtà.
E qui mi trova meno convinto.Mi pare un’interpretazione limitante. Per dire, non so se questo fosse l’esito prefigurato da Vasta, ammesso che Vasta si sia prefigurato un esito. Non mi piace la proposizione di un rapporto strumentale tra la parola e la realtà e personalmente sono convinto che uno scrittore debba anche cercare di rispondere alla domanda perchè.
E poi, tornando al tema della (nuova) lingua, ci sono territori grigi, membrane opache e chiaroscuri anche nella scrittura di certi italiani contemporanei che pure stanno su un territorio di frontiera.Prendiamo Giuseppe Genna, uno che riesco ad amare e odiare contemporaneamente. A me piacque molto il suo romanzo Hitler, anche per la forma-linguaggio scelta, per la mimesi in cantore cieco che indica al lettore la realtà dei fatti storici. A volte però la scia della sua scrittura mi pare così frastagliata da confondersi con la spuma delle sue stesse parole.O forse Genna sta cercando una terza via tra funambolismo e innovazione?

martedì 9 giugno 2009

Una cosa interessante

detta da Flannery O’Connor:
“Il romanziere d’impegno cristiano (ma io direi semplicemente “il romanziere” tout court) troverà nella vita moderna storture che lo disgustano e il suo problema sarà di farle apparire come storture a un pubblico abituato a considerarle naturali”.

Anima consapevolmente qualunquista


A coronamento di quanto detto nel post precedente e a conferma della mia anima consapevolmente qualunquista,

ecco questa immagine.

La storia siete voi, fatevela.

Questo post pubblicato da Francesco Pecoraro su Nazione Indiana è esemplare, perchè contiene tutte le risposte a chi ancora finge di interrogarsi sul perchè del non voto, ai politici italiani che unici in Europa non ammettono le sconfitte dei propri partiti, ai delusi della sinistra, della destra, del centro, e a tutti quelli che sguazzano nella nostra repubblica italiana del Vaticano.

Possibile che io, che da quindici anni a questa parte non sarei più andato a votare, mi sia poi sempre sentito in dovere di andarci per votare contro quello lì?
Veltroni, l’ultimo che ho votato alle politiche, non l’avrei votato se non perché si «opponeva» a Berlusconi Silvio.Anche quando ho capito che la differenza tra i due era minima, l’ho votato lo stesso, contro ogni mio istinto e contro ogni mia ragione.
Da quando ho avuto l’età per votare l’ho sempre fatto, tranne le penultime elezioni comunali di Roma che non ce la facevo a votare per Veltroni.
Però alle ultime, quelle vinte da Alemanno ci sono ri-cascato e ho fatto questo ragionamento: io voto Grillini, perché è gay e ateo, se per caso si va al ballottaggio voto Rutelli.
Mi costava molto votare Rutelli, sopra-tutto per quelle sue ultime posizioni cattolicanti che in lui che partiva come radical-pannelliano significavano che proprio non c’è niente da fare e tutti lì prima o poi finiscono, pure Bertinotti che non esclude er trascendente, pure Vendola che lo voterei se non fosse credente, e mi viene da supporre che pure Lenin sarebbe diventato un credente, se solo ne avesse avuto il tempo…Però alla fine lo votai lo stesso, contro ogni mia propensione e principio, per non far vincere Alemanno, insomma anche alle comunali il mio è stato un voto non per qualcuno, ma contro qualcun altro: anche se poi averci Alemanno non sarà mica la fine del mondo e, a parte il fatto che più o meno ha reso edificabile l’Agro romano e che non ha la faccia proprio gradevole e che l’ha votato l’intera categoria professionale dei tassisti che a Roma è la peggiore, seconda forse solo a quella dei dentisti, che differenza sostanziale ci sarà mai con la consigliatura Veltroni?In che modo Alemanno incide negativamente sull’assetto delle nostre vite?In che modo Veltroni e i veltroniani incidevano positivamente sull’assetto delle nostre vite?Per esempio Alemanno ha abolito le sciocche e disagiate Domeniche Ecologiche, ha tolto l’idiotissima e fastidiosa Notte Bianca, ma non ha avuto il coraggio politico sufficiente ad abolire la stronzissima e provinciale Festa del Cinema (meglio dire «Festa del Cinema come lo vede Veltroni»).Mi aspettavo di più da Alemanno, mi aspettavo una tabula rasa fascista, una rifondazione culturale dell’Urbe, l’abbattimento di incongrui edifizi moderni, l’apertura di nuovi/vecchi assi viari in pieno Centro Storico, in attuazione del Piano Regolatore fascistico del 1931 e invece niente…Solo qualche prescrizione - ingenua, ignorante - di travertini all’EUR, subito accolta con approvazione deferente da quella categoria di puttane mentali che siamo (diventati?) noi architetti: il fascismo annacquato dell’oggi si limita a convivere con la democrazia, senza sapere bene che fare, mentre la «sinistra» pedonalizza ed esibisce atteggiamenti «ecologici», senza differenziarsi affatto dalla solita logica che ci conduce sempre & inevitabilmente alla costruzione di una città demmerda, senza incidere minimamente sulla realtà primaria della distruzione in atto del Pianeta: e tuttavia, qualora volesse incidere, come potrebbe? E dove si sono viste, a Roma, campagne severe metti per la raccolta differenziata?Insomma, che deve fare, tra oggi e domani, uno che odia Veltroni e D’Alema, che vede bene che Franceschini è un cattolicuccio, che disprezza il bertinottismo e Bertinotti ipse per l’esemplare e vanesia dis-onestà intellettuale, che non vede il motivo di mandare al Parlamento Europeo una come Giuliana Sgrena per il solo fatto che è stata rapita in Irak e Vendola non può votarlo perché si professa credente, che Bonino non può votarla perché troppo prossima a quell’atroce nulla politico, esibizionista e piagnone, che da decenni è diventato Pannella?Dov’è Grillini? Dove sono i froci atei che voterei? In quale di questi partiti si nascondono?La sensazione, ma posso sbagliare, è che (in assenza di proposte politiche, vale a dire di progetti di futuro di cui si chiede la condivisione, ai quali si potrebbe pure partecipare) la vera differenza, il vero discrimine tra quelli che non-voglio-a-nessun-costo-votare e quelli che voterei - essendo destra e sinistra diventate troppo simili per la smania di prendere voti dal Grande Ripieno sociale che domina un paese demmerda - sia tra cattolicesimo e laicità, tra quelli che vogliono farmi vivere & morire come vogliono loro e quelli che mi lascerebbero, con molta cautela, qualche spazio di scelta personale (solo i froci atei, appunto, danno questo tipo di garanzia): ma dove sono questi ultimi?C’è chi dice (oggi, Scalfari) che gli atteggiamenti come il mio non siano altro che «narcisismo elettorale», che è inutile cercare la perfetta corrispondenza tra ciò che si pensa e si è e un partito politico, che bisogna accontentarsi di quello che passa il convento, che non bisogna avercela coi politsci in quanto classe, ma solo con certi politici, eccetera: anch’io l’ho pensata, un tempo, così.Ma erano tempi in cui c’era davvero qualcosa da perdere a lasciar vincere la destra, erano tempi in cui si pensava che un governo di centro-sinistra avrebbe fatto qualche legge contro il monopolio della televisione, dell’informazione, dell’editoria, contro il così detto conflitto di interesse: invece niente: solo qualche «risanamento» delle finanze pubbliche e nessun risanamento politico, nessun risanamento civile, nessun passo avanti in tema di diritti civili.Va bene, mi dico, sarò anche un narcisista elettorale: ma, se pur avendo avuto più di un’occasione avete non solo lasciato la porta aperta a Berlusconi, ma lo avete forsennatamente inseguito e imitato, per quale cazzo di motivo dovrei ancora votarvi?Se vi siete inchinati davanti ai vari papi per paura di perdere voti cattolici e oggi ci ritroviamo col dover morire come dicono loro, con l’impossibilità di veder riconosciuto nessun tipo di convivenza al di fuori del matrimonio, con leggi demmerda su fecondazione assistita, cellule staminali, eutanasia, eccetera, perché dovrei ancora votarvi?Perché dite di essere «contro Berlusconi»?E in che modo, in passato, avete dimostrato con i fatti di essere contro Berlusconi?Allora, nel mio narcisismo elettorale, ho pensato meglio che si sfasci un Partito Democratico fatto in questo modo, meglio qualcosa di più piccolo capace di crescere, che questo ornitorinco politico privo di laicità, promesse, proposte, capacità di azione, di lucidità, di percezione, guidato da un pretino.Qualcuno dirà: e Di Pietro? Non ha ragione Di Pietro?Si ha ragione, ma solo per quello che dice contro Berlusconi: dov’è il resto?Cos’altro è condivisibile con Di Pietro?Possibile che non ci sia un partito, un uomo politico capace di tenere assieme un convincente e non strumentale anti-berlusconismo con un ragionevole e per me condivisibile progetto di crescita civile (in senso politico, economico, spaziale, etico, scientifico, tecnologico, strutturale & infrastrutturale, ambientale) del Paese?Sembra impossibile, ma le cose a mio modo di vedere stanno proprio così: non c’è.C’è invece un’Italia cui in maggioranza piace Berlusconi: bene questa è la democrazia: vincerà la maggioranza, ma io col mio narcisismo elettorale non sono più disposto a votare gente che non mi piace per oppormi ad uno che non mi piace ancora di più.
A quelli che mi rimproverano per questo ragionamento risponderei: la storia siete voi, fatevela.