Io mi imbarazzo quando leggo certe stroncature (come nei commenti dei blog) alle parole dei poeti; mi imbarazzo, arrossisco nel ricordare quante volte ci sono cascato (e ci casco) anch’io, penso a quello che scrive Raimon Pannikar nel libro Lo spirito della parola : “Il parlare è la manifestazione stessa, è la vita stessa dell’essere parlante, che è uomo, ed è nella sua espressione parlante che l’uomo si realizza…E’ la parola che crea perchè partecipa del soffio stesso dello Spirito.” E questo, a mio parere, vale anche per la parola scritta.
La parola spesso è interpretata come un medium tra l’uomo e il mistero del vivere, e la poesia è il trono della parola, è il mezzo per eccellenza per renderci partecipi dell’inesprimibile. Come in questi due versi di Cesare Viviani:
Ogni bagliore è luce dell’eterno
è riflesso del divino.
L’altra faccia della parola (scritta) è la prosa, che non ha la potenza della poesia, è più difficile che consenta quella che Viviani chiama “la gioia delle soste,/ mentre passa in cielo come nuvola / la forza vitale“. Ma, accettando questa inferiorità, anche in prosa la parola può sprigionare scintille, può recuperare spazi alla banalità di trame e intrecci, restituendo la funzione di lingua letteraria.
Ne ha parlato un paio di settimane fa Giuseppe Antonelli, in un articolo sul Domenicale del Sole 24 ore. Lo scrittore ritrova l’aura si intitola l’articolo, dove l’autore intravede bagliori di novità espressiva nelle opere di alcuni giovani narratori italiani. Si citano Giorgio Vasta, Mario Desiati, Gaia Manzini. La lingua di questi scrittori potrebbe essere il sintomo dell’affacciarsi di una nuova stagione, secondo Antonelli, che cita come contraltare la lingua di una Susanna Tamaro (definita “nonneggiante”) piuttosto che la “melodrammatica ricercatezza lessicale della Mazzantini.”
Si riporta pure questo pezzo, sempre della Mazzantini:
“Oltre le ultime fronde dei platani, oltre le antenne, gli storni affollavano la luce cinerea, folate di piume e garriti, chiazze nere che oscillavano, si sfioravano senza ferirsi, poi si aprivano, si sperdevano, prima di tornare a serrarsi in un altro volo.”
Certo, si può criticare l’abitudine di estrapolare brani slegati da un contesto, ma queste parole mi paiono vestite come funambolici frombolieri al cospetto di quelle che trovo, ad esempio, nel romanzo di Giorgio Vasta (Il tempo materiale), dove c’è una “giostra che gira storta e inerziale”, una “bottiglia bruna di aranciata, il collo rastremato e l’etichetta inestirpabile…”, “un odore vivo ma mansueto”.
La ricerca espressiva di questi “ultimi” giovani scrittori, come dice Antonelli, non può certo essere considerata leziosità e men che meno magniloquenza; qui abbiamo a che fare con una sana innovazione. Condivido. Però, dico, non è che tra un Giorgio Vasta (o Desiati ecc.) e una Susanna Tamaro ci sia stato il nulla, quanto a ricerca sulla lingua letteraria. D’accordo che con i nuovi narratori siamo lontani dalla cosiddetta “lingua ipermedia” degli anni novanta, come potrebbe essere quella di Tiziano Scarpa o Aldo Nove. Però in mezzo sono arrivati fior di narratori che hanno innovato la lingua senza cadere in funambolismi. I nomi? Basta Paolo Nori? Basta Ugo Cornia?
Quanto alla ricerca espressiva, certo ha ragione Antonelli nel rilevare la cifra emotiva di questa novazione di scrittura che porta a guardare il mondo con occhi diversi, fino a interpretare la realtà attraverso l’unica lente del linguaggio (”noi conosciamo il piacere del linguaggio”; “siamo colpevoli di linguaggio”, fa dire Vasta a uno dei suoi personaggi). L’approdo, conclude l’autore dell’articolo, sarebbe quindi arrivare ad interpretare la realtà tramite la parola giusta. Rispondere alla domanda cosa è la realtà attraverso l’uso di una nuova lingua letteraria, capace di dare un’impronta alla realtà.
E qui mi trova meno convinto.Mi pare un’interpretazione limitante. Per dire, non so se questo fosse l’esito prefigurato da Vasta, ammesso che Vasta si sia prefigurato un esito. Non mi piace la proposizione di un rapporto strumentale tra la parola e la realtà e personalmente sono convinto che uno scrittore debba anche cercare di rispondere alla domanda perchè.
E poi, tornando al tema della (nuova) lingua, ci sono territori grigi, membrane opache e chiaroscuri anche nella scrittura di certi italiani contemporanei che pure stanno su un territorio di frontiera.Prendiamo Giuseppe Genna, uno che riesco ad amare e odiare contemporaneamente. A me piacque molto il suo romanzo Hitler, anche per la forma-linguaggio scelta, per la mimesi in cantore cieco che indica al lettore la realtà dei fatti storici. A volte però la scia della sua scrittura mi pare così frastagliata da confondersi con la spuma delle sue stesse parole.O forse Genna sta cercando una terza via tra funambolismo e innovazione?